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venerdì 18 maggio 2012

Fave all'aglio fresco


Che quella di oggi non sia una ricetta l'avete capito già dal titolo. Ma questo non è un blog con pretese di insegnare qualcosa a qualcuno: è una cucina vera, nella quale bollono pentole e borbottano coperchi mentre la vita tutt'attorno scorre secondo ritmi suoi.

Capita così - ebbene sì... di nuovo! - che sbuffi di calce e di farina si alzino al cielo in vorticose danze parallele, separati non più solo da un esile telo di plastica bensì da un muro vero. Quelle stanze che ben conoscete non si rassegnano ancora a diventare un pezzo di casa: se ne stanno lì per conto loro e sembrano persino soddisfatte quando una nuova calamità para-edile si abbatte su di me senza pietà.

L'ultima - in ordine di tempo - si presenta ogni mattina armata di secchi e di pennelli: dovrebbe essere un imbianchino. In realtà è un bizzarro signore un po' balbuziente, nato falegname, cresciuto fabbro, emigrato cartongessista e ritornato a casa con l'autoqualifica di pittore. Che nella sua personale graduatoria dev'essere una sorta di onorificenza, un titolo che dà diritto a combinarne di tutti i colori... possibilmente sbagliati.

Il primo giorno, l'ho informato sui tranelli del cantiere.
"I muri sono di tufo, non li prenda a martellate. Le porte non hanno ancora maniglie, quindi hanno il blocco: stia attento a non chiuderle. E le latte di vernice vecchie sono identiche a quelle nuove: mi chiami prima di usarle"

Due ore dopo, il ritmo cadenzato della frusta a mano (facevo meringhe) ha iniziato a giungermi alternato a uno strano sillabare.
"Si-iis-signoraaa! Si-iis-signoraaa!"
Il mio presentimento è divenuto certezza quando mi sono resa conto che il cantiere era deserto: e con una porta chiusa.

"Ma come ha fatto a rinchiudersi lì dentro?!?"
"Conoscendola, non volevo fare polvere col trapano! Ma vedrà: adesso esco!"

Si era chiuso in un guardaroba di poco più di un metro quadro, senza luce, pieno di polvere di tufo e senza alcuna apertura ad eccezione di un passaggio per cavi elettrici.
Non volendo che chiamassi i pompieri ("quelli arrivano e ci rompono la porta..."), ha preteso che a venire in suo soccorso fosse il muratore che sta lavorando al piano di sopra. Il quale si è fatto dare una chiave, l'ha infilata nella toppa e l'ha girata nel senso contrario a quello che ogni evidenza avrebbe suggerito: chiudendolo dentro definitivamente a due mandate.

"Ma... l'ha chiuso dentro a chiave?!?"
"Signora, cosa pretende? Ci abbiamo provato... Comunque adesso la serratura è bloccata. E io devo andare a pranzo." E ha girato i tacchi.

Così (sempre perché al solo udire "pompieri" quello sbraitava a più non posso) sono diventata mio malgrado la protagonista del piano B.
"Si-iis-signora, io adesso faccio un buco, lei mi passa la chiave e la maniglia e io mi libero"
"Ma è un muro di sessanta centimetri! Per sforacchiare questo tufo lei mi muore soffocato!"
"Vrrruuuom! Vrrruuuom!"
La risposta è arrivata direttamente dal trapano: e non c'è stato verso di zittirlo fin tanto che la punta non ha fatto capolino all'altezza dei miei piedi.

Mentre un fungo atomico color giallo paglierino si spandeva per la stanza, mi sforzavo di seguire le sue indicazioni: dovevo appiccicare la maniglia alla punta (bollente) del trapano con il nastro adesivo, e lui l'avrebbe tirata dentro. Ma il passaggio era sempre troppo stretto, quando infilavo il braccio in quell'anfratto per porgergli ogni genere di utensile.

Così il buco è diventato una voragine: ma ci è voluto ugualmente un fabbro per riuscire a liberarlo (dopo pranzo, però, perché in questo posto le tradizioni le rispettano...) E' uscito fuori polveroso che pareva uno yeti: potevo protestare per una giacca blu divenuta color sabbia e delle ballerine di velluto da buttare?


I due giorni successivi li abbiamo passati a spostare bidoni di vernice da casa al colorificio: una volta ha sbagliato il codice, un'altra ha confuso le latte, un'altra ancora ha fatto modificare il colore giusto e ne ha riportati indietro due sbagliati (il bianco era diventato giallo canarino). In tutto questo andirivieni ha perso due volte le chiavi del furgone e ha lasciato dal ferramenta la mia mazzetta di colori, per cui non abbiamo più un campione.

In compenso, deve aver deciso che il titolo di pittore gli va ormai stretto e si avvia ad intraprendere una carriera da mercante d'arte.
Ieri mi osservava mentre scrivevo sui muri codici e colori nel tentativo di prevenire una catastrofe cromatica.
"Si-iis-signora, ma lei se ne intende di pittura?"
"Quel tanto che serve a sapere che la calce si dà a pennellate incrociate" ho risposto, pensando si riferisse al tema della giornata.
Mi sbagliavo: un minuto dopo mi stava offrendo nientepopodimeno che... la Gioconda! Di proprietà di una sua anziana zia.
"Originale, eh? Del Settecento. Una delle cinque copie al mondo fatte da Leonardo..."

Ho faticato non poco a mantenere un contegno.
"Temo di non potermela permettere..." ho farfugliato.
Dopodiché - per evitargli una faida ereditaria con il parentado - gli ho consigliato una specie di antiquario nei paraggi, uno che rifila patacche dorate con la stessa faccia tosta con la quale si oppone ad ogni intervento di manutenzione del condominio.

E adesso, in attesa che le mie stanze si rassegnino a trasformarsi in una casa, sbircio le sue vetrine: non è escluso che vi compaia prima o poi una Gioconda del Settecento... Nel caso, spero solo che ciò accada quando le mie stanze saranno finalmente dipinte: non da Leonardo, ma possibilmente del colore giusto...

E se vi state chiedendo cosa c'entrino le fave con tutta questa storia di vernici, di tufo e di pittori (compreso il famoso da Vinci delle cinque Gioconde), sappiate che sono semplicemente l'unica cosa che ho potuto cucinare negli ultimi due giorni... 

Saluti e baci (a colori),

S.


 INGREDIENTI

fave fresche: 300 gr (già sbucciate)
aglio fresco: un paio di spicchi
bicarbonato: 1 cucchiaino
pane (adatto alle bruschette, cioè senza troppi buchi)

olio extra-vergine di oliva
sale
pepe

Mettete sul fuoco una pentola capiente con abbondante acqua leggermente salata (regolatevi come per la pasta). Quando l'acqua bolle, versateci le fave, uno spicchio d'aglio fresco senza buccia e un cucchiaino di bicarbonato (serve ad ammorbidire la pellicina esterna e a mantenerle verdi).

Fate bollire le fave finché non sono tenere, ma non disfatte (vuol dire che dovete cuocerle un po' meno di quelle della foto...), poi scolatele.

Conditele subito con un filo d'olio del migliore che avete e mangiatele tiepide, accompagnandole a una bruschetta: che sapete tutti come si fa... A meno che non siate dei giovani ragazzi, di quelli alle prime armi in cucina anche quando si tratta di ricette scapigliate. Nel qual caso, come si fa una bruschetta basic ve lo spiego subito.

Tagliate a fette del pane di quello con una mollica che non sembri un groviera e che abbia una crosta degna di tale nome (tipo un toscano, un pugliese di semola o simili), tostatelo nel tostapane o sulla grata del forno senza farlo rinsecchire (dev'essere croccante fuori e tenero dentro, come le ragazze a cui vale la pena fare il filo...), strofinatelo con uno spicchio d'aglio sbucciato (senza esagerare...), conditelo con un filo d'olio, sale, pepe e mangiatelo caldo. E' buonissimo così, senza null'altro, ma con le fave di cui sopra acquista un caratterino garbatamente ruspante. Esattamente come le ragazze  da sposare...

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Non pensate che...
... questa sia solo una ricetta d'emergenza. Le fave con l'aglio fresco sono uno di quei nobilissimi, semplicissimi piatti della tradizione che andrebbero praticati con maggiore convinzione. Perché sono buonissime: anche se le cuocete un filo di troppo e ve ne ritrovate qualcuna spappolata...

La ricetta delle fave all'aglio novello
Viene dalla casa del mio amico buongustaio, una delle persone più generose, ospitali e divertenti che questa terra mi abbia fatto conoscere. Cucina sontuosi ragù di barracuda che sono buonissimi anche quando si scopre che il barracuda era in realtà un luccio. Ha una dotazione di acciughe alle cipolle da sdilinquirsi al solo ricordo, ma pare che la ricetta sia un assoluto mistero. Costretto dalla professione alla più rigorosa serietà, non disdegna nel tempo libero attività creative di vario genere tra le quali - cosa che gli è valsa ai miei occhi un punteggio altissimo - pedalare con la macchina da cucire per riparare vele e cucirsi costumi (fantastico, no?). Gli brillano gli occhi davanti a un'anatra di Capodanno ben fatta e condivide con me la passione per un intruglio di norcineria che chiamano "testa in cassetta", servito in certe cantine col vino nuovo.
E' stato da lui che ho assaggiato la prima volta queste fave (assieme a innumerevoli altre cose, com'è nella tradizione della casa): e non me ne sono più dimenticata.

martedì 8 maggio 2012

Confit d'oignons: la salsa di cipolle

confit d'oignons

Il cielo era di un cupo grigio tristezza. Ci siamo guardati e ci siamo detti: "Perché no?".
Un'ora dopo eravamo in macchina: praticamente senza bagagli (un esercizio spirituale che coltivo con sempre maggiore dedizione) e felici come due pasque (non so se si dica, ma rende l'idea).

Appena Thierry ci ha visti ci ha baciati tre volte, come si usa da queste parti.
"Era da tanto che non ci vedevamo, ah?..." e ci ha accompagnati al piano di sopra, spruzzando acqua di lavanda a passi alterni.
Oltre le finestre dalle imposte color indaco, gli alberi ondeggiavano inseguiti dal mistral: come le nuvole, di un grigio che non era triste ma pieno di luce e striato di violetto. Finalmente eravamo tornati.

Non amo gli alberghi che non sembrino almeno un po' una casa... e la casa di Thierry, che è anche un po' albergo, è un ibrido perfettamente a mia misura. Adoro svegliarmi nel silenzio più assoluto di questo posto e lasciarmi guidare lungo la scala a chiocciola dal profumo della colazione.

"Ma lo sai che il tuo pain maison alla birra è diventato famoso?"
"Lo so benissimo..." mi ha risposto sorridendo.
"Come sarebbe a dire?"
"Sarebbe a dire che è venuta della gente dopo aver letto il tuo post! E alcuni erano curiosi di assaggiare quel pane proprio qui..."

Mio marito ha alzato gli occhi rassegnato: sarebbero stati giorni da Monsieur d'Aubergine. Chiunque si sedesse attorno al grande tavolo a colazione veniva informato sulla storia.
"Sabrine runs a blog, in Italy..." esordiva Thierry. "And she wrote about this bread..." continuava, distribuendo fette di quel delizioso pane caldo, dalla crosta croccante. Io affondavo il naso nel caffé e il cucchiaino nel vaso della marmellata, stregata dal colore dei lamponi.
"Framboises... - mi diceva lui sottovoce per farsi perdonare il mio imbrazzo. E aggiungeva: "Tout fait maison, ah? ..."

Fuori dalla finestra socchiusa, il minuscolo universo di sempre: il piccolo café, i lavori davanti al portale della chiesa (stavolta erano due balaustre di ferro), le galline che razzolano nel giardino di fronte, le foglie spazzate a bordo strada alle otto ogni mattina, e le raffiche di vento che per le nove le hanno già riportate dov'erano. E il cane bianco che fa da guardia alla mairie (ormai ci fiuta e poi ci lascia passare indisturbati).

Qualche village più in là, la fromenterie continua a sfornare le quiches ai porri che ci piace mangiare per strada. Il venditore di catini di zinco ha prezzi irresistibili e io non trovo un motivo valido perché si debba resistere. Il viaggio di ritorno ha una colonna sonora metallica, titìn titìn ad ogni ruga dell'asfalto.

Tra i sedili sporge una vecchia scaletta da pittore: mi servirà per arrivare all'ultimo scaffale di quella che adesso è una credenza dopo essere stata un tempo la nostra libreria (ve la ricordate? si era incastrata nel pianerottolo il giorno del trasloco e non c'era stato verso di farla entrare in casa...).

Ad occultare del tutto il vetro posteriore, due pacchi di plastica a bolle più polverosa del suo contenuto.
"Ma cosa c'è li dentro?" mi chiede mio marito aprendo il finestrino per respirare.
"Frattaglie di cornici..."
"?!? ... Non vorrai mica metterti ad armeggiare in casa con pitture, colle e trementina?!?"
"Ma no... e comunque cosa ci potevo fare se il mio amico doratore non aveva voglia di restaurarsele e me le ha vendute a due euro l'una? E sono cinque..."
"Perfetto: morire asfissiati ci costerà solo dieci euro..."

Trovo adorabile quel certo asciutto sarcasmo con il quale si difende dalle mie appassionate alzate d'ingegno. Evito comunque di ricordargli che prima dell'odor di trementina saranno le pulci ad abbattersi su di noi, se agitiamo troppo quei due pacchi.

Ma nessun viaggio è bello se metà dalla ciurma ha il muso lungo e la preoccupazione di soccombere per un attacco d'asma lungo il tragitto. Così sfodero le mie armi: contro gli acari e contro il malumore.

Al mercato vendevano dei meravigliosi cesti di fragole che hanno un profumo, prima ancora che un sapore: basta tirarne fuori uno e sniffarlo. Con l'aiuto del finestrino aperto... funziona.

Dal sacchetto spuntano mazzi di lunghi ravanelli sfumati di rosa, che farebbero la gioia di molti food-fotografi. Ma io la macchina non la voglio mai portare: qui non mi serve. Mi servono gli occhi... e cinque minuti la sera prima di addormentarmi.

Per rimettere in fila le immagini della giornata, e riamarle tutte mentre le archivio con ordine. Devo poterle ritrovare quando mi serviranno per illuminare queste giornate color grigio tristezza, che non accennano a finire...

Saluti e baci (polverosi... cough! cough!)

S.


INGREDIENTI

cipolle: 150 gr (già pulite)
scalogni: 150 gr (come sopra)
aglio: 1 spicchio grande (o 2 piccoli)
zucchero di canna: 3 cucchiai
miscela "quatre épices": 3 cucchiaini da caffé
aceto balsamico: 3 cucchiai
olio extra-vergine di oliva: due cucchiai
peperoncino macinato: mezzo cucchiaino
sale

Pelate e affettate le cipolle e gli scalogni: dovrebbero essere sottili, ma non diventate matti se qualche fetta vi scappa un po' più generosa. Private l'aglio della buccia e del filamento interno verde (se ce l'ha).

Mettete tutte le verdure in una padella antiaderente con l'olio, e fatele saltare mescolando in continuazione con un cucchiaio di legno finché non l'hanno assorbito tutto. Non fatele abbrustolire (il vostro obiettivo è portarle a fine cottura trasparenti e non bruciacchiate...)

Aggiungete due-tre cucchiai d'acqua, salate e cuocete con il coperchio, facendo sempre attenzione a che non attacchino: perciò controllate di tanto in tanto e se ce n'è bisogno aggiungete qualche altro cucchiaio d'acqua (vedete di non affogarle, però: la salsa dev'essere sempre piuttosto "asciutta", se non volete ritrovarvi con delle cipolle lesse).

In 15 minuti le verdure dovrebbero essere cotte: cioè trasparenti e tenere, ma non mollicce. Perciò assaggiatele, e quando capite che ci siete quasi aggiungete nell'ordine: le quattro spezie (mescolando accuratamente perché si assorbano uniformemente), poi dopo un paio di minuti lo zucchero (che farete caramellare facendo attenzione a non bruciacchiarlo), e infine l'aceto balsamico (deve solo evaporare).

Aggiustate di sale, aggiungete il peperoncino e lasciate raffreddare nella pentola con il coperchio. Potete conservare il vostro confit in un contenitore di vetro o di ceramica (anche senza coperchio, purché lo sigilliate con della pellicola) in frigo per una settimana.


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Una ricetta semplicissima richiede attenzione
La differenza tra una preparazione semplice e una banale - non solo in cucina - sta nella cura che siete disposti a metterci. Questa salsa è di una facilità disarmante, ma dovete stare attenti ad alcuni dettagli.
Primo: aggiungete il liquido di cottura poco alla volta, un po' come se faceste un risotto.
Secondo: aggiungete le spezie quasi a fine cottura, facendo attenzione a che ci sia ancora un po' di liquido nella pentola, perché da questo momento in poi sarà bene che non ne aggiungiate più (serve a preservarne gli aromi).
Terzo: vale per lo zucchero quanto detto qui sopra per le spezie: se volete che diventi caramello, niente acqua. A meno che non vediate il contenuto della vostra padella virare verso una tonalità decisamente troppo scura...

Quatre épices: mai solo quattro...
La miscela "quattro spezie", di suo, sarebbe un mix in parti uguali di pepe nero, noce moscata, cannella e chiodi di garofano. Ma - non chiedetemi perché - in casa mia esiste in due versioni differenti: nessuna delle quali di spezie ne ha davvero solo quattro.
La prima - molto provinciale e di matrice casalinga - ottenuta mescolando una bustina di "Droga La Saporita" (coriandolo, cannella, semi carvi, chiodi di garofano, noce moscata e anice stellato) e un po' di cannella.
L'altra - "franscese" - comprata dal mio fornitore di spezie preferito: un rubizzo signore con bancarella la domenica mattina al mercato di un villaggio del Lùberon. Lui di spezie ce ne mette cinque (pepe, noce moscata, chiodi di garofano, zenzero e cannella) ma sostiene che sia sempre "quatre épices"... e io gliene compro un sacchetto ogni volta, insieme a una vaschetta di tapenade. Come potete immaginare, è un vecchio signore irresistibile...
Altre ricette con la miscela "quattro spezie"? Eccovene un paio:
- chutney di fichi all'aceto balsamico
- pain d'épices

Peperoncino? Esagerate pure...
Ho scritto mezzo cucchiaino, ma la dose è assolutamente indicativa. Vale una sola regola: mettetecene quanto siete disposti a sopportarne, e che non sia solo un'idea. Perché questa è una salsa dai profumi e dai sapori "esagerati", un po' come i colori di Provenza in certi giorni d'estate.

Dimenticavo...
Se non avete la passione del fois gras o dei formaggi stagionati, potete accompagnare la salsa alle cipolle a della carne bollita (con questo tempaccio, a casa nostra i brodi impazzano...), oppure agli affettati, o anche a una semplicissima fetta di pane fatto in casa. Se la passate al minipimer, funziona anche da dip (cioè da intingolo) per dei bastoncini di formaggio o dei crackers. Ma credetemi: vale la pena di provarla almeno una volta con i pezzi di cipolla che fanno crunch sotto i denti...

Un po' di me e di questa nostra cucina...
... da una settimana è anche in un'intervista pubblicata dal portale "Donne sul web". La trovate in questa pagina, mentre qui ci sono le dieci ricette che ho scelto (con relative motivazioni) per rappresentarmi. Grazie a Simonetta Nepi e alla redazione.


INFORMAZIONE DI SERVIZIO: per qualche misterioso motivo, dopo il passaggio al nuovo dominio il vecchio "cerca in Fragole a merenda" in alto a destra non funzionava più.
Pensando che una funzione di ricerca fosse utile a quanti vogliono ritrovare una ricetta, ne è stata inserita un'altra, la quale però mostra in testa ai risultati dei link sponsorizzati.
Questo blog non ha mai ospitato alcuna forma di pubblicità, perciò vi confesso che la cosa mi fa arricciare il naso: anzi, non mi piace affatto. Ma siccome questa è una cucina che non è soltanto mia, ho pensato di chiedere a voi cosa preferite: perciò vi sarò grata di ogni parere espresso in merito.
Nel frattempo, farò il possibile e l'impossibile per cercare un rimedio (anzi, se qualche anima buona fosse in grado di svelare l'arcano...), dato che questi annunci Google non li ho voluti... e non li voglio.
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