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martedì 27 marzo 2012

Dorie's chocolate cookies (revisited)

L'incredibile storia di un biscotto al cioccolato che nasce sablè in Francia, emigra negli States per diventare cookie (e militante), e finisce per girare il mondo come simbolo di pace

Dorie's chocolate cookies

E no... stavolta non potete proprio dirmi niente: ho smesso di arrampicarmi sulle sedie col mio ginocchio cigolante.

Ho dato retta a Gaia: mi è piaciuta così tanto quella sua definizione di "azzoppata tenace" (era un commento al mio post precedente...), che ho preso al volo il suo consiglio e ho apparecchiato come a un picnic: per terra. Anzi, "quasi" per terra... perché non so da voi, ma a casa nostra una teglia di biscotti al cioccolato è sempre un po' appiccicosa di cioccolato, sotto. Magari anche di zucchero e di burro... Così, per evitare di planare nuovamente sul pavimento e rompermi anche l'altra gamba, ci ho messo sotto il cesto della frutta.

"Ma non potresti evitare di farle del tutto, queste cose? Almeno per un po'..." mi ha detto mio marito mentre osservava questo mio tramestìo.
"Non posso: devo raccontare ai miei amici una storia prima che me la dimentichi..."
Lui ha alzato gli occhi al cielo. E io li ho abbassati sul pavimento: sulla mia teglia di biscotti che profumavano di cioccolato... e ho fatto clic.

Ora, la storia in questione è un'intricata vicenda di pesi e di volumi, che poi sarebbero i sistemi in voga di qua e di là dall'oceano per misurare gli ingredienti in cucina. Ma è anche una storia di biscotti, che da sablés si fanno cookies: cioè rimbalzano da una riva all'altra del suddetto oceano prima di fare il grande salto, e finire nella rete e nei blog di cucina di mezzo pianeta. Per rispuntare nelle piazze, sventolati come bandiere di pace...

Ma andiamo con ordine. Era il 2000 quando il Picasso dei pasticcieri di Francia - tale Monsieur Hermé, che di nome fa Pierre - creò un biscotto per un ristorante che si chiamava Korova. Quando, qualche tempo dopo, una delle più note foodwriters americane - tale Mrs Greenspan, che di nome fa Dorie - ne pubblicò la ricetta in un suo libro, i sablès si trasformarono in cookies: "Korova cookies", per la precisione.

La ricetta ebbe un tale successo che in un suo successivo libro Dorie Greenspan li ripropose ai suoi lettori: con un nome diverso, però.
Era accaduto, nel frattempo, che un suo vicino di casa se n'era innamorato (dei biscotti, non della signora...) e aveva preso a farli e regalarli con una certa assiduità, sostenendo che una dose quotidiana di quei cookies bastasse da sola a garantire pace e felicità al mondo intero.

Non è dato sapere se quel simpatico signore fosse un poeta o un sognatore, né se davvero quei biscotti funzionassero da antidoto all'infelicità planetaria: ma tanto bastò a indurre Mrs Greenspan a cambiar loro nome, ribattezzandoli per l'appunto "World Peace Cookies".

Già amatissimi e cliccatissimi nei blog americani, i "biscotti per la pace nel mondo" passarono così alla fase militante della loro esistenza: nati "bene", tra la bambagia di un'esclusiva pasticceria parigina, era bastata una ventata d'aria d'America per trasformarli in tipi decisamente più popolari, certo meno raffinati ma con una grinta inaspettata. Un gruppo di nonne pacifiste (manco a dirlo, in California...) fece il resto: li trasformò in una bandiera. Queste signore presero a uscire in strada, ogni sabato, per "volantinare" biscotti ai passanti: chi ne riceveva uno doveva impegnarsi a cucinarne e regalarne altri a sua volta... Insomma: un percorso di pace lastricato di cookies.

Dorie's chocolate cookies: impasto


In questa straordinaria storia di cioccolato e di vecchiette pacifiste, è sorta però una questione squisitamente tecnica, legata alle misure (d'altronde, quali che siano le premesse filosofiche, da che mondo è mondo è sui numeri che ci si divide...).

Dalle ricette americane sono misteriosamente scomparsi un po' di zucchero e farina: a forza di misurarli in tazze e cucchiaini, i conti non tornano più. E quando qualche volonteroso foodblogger d'oltreoceano si cimenta con bilancia e tabelle di conversione, le quantità s'impennano e nessuno ci cava più piede.
Alcuni lettori segnalano che l'impasto è troppo asciutto e che si sbriciola quando lo affettano prima di metterlo in forno, anche se tutti si dichiarano follemente innamorati dei cookies-sablès...

E' stato così che mi sono appassionata a questa storia, e con qualche anno di ritardo anch'io ho infornato questi ciocco-biscotti. E partendo dalla versione americana espressa in misure di capacità, mi è stato subito chiaro che i conti non tornavano (merito della mia matrice a due colonne per le dosi?): se ci avessi messo tutto lo zucchero e la farina che suggerivano le ricette tradotte in grammi, l'impasto sarebbe stato troppo asciutto.

Così ho ricontrollato tutto dall'inizio e mi sono convinta che a forza di rimbalzare da una sponda all'altra dell'oceano, i "sablès au chocolat et fleur de sel" non solo hanno cambiato nome (e attitudine sociale), ma hanno anche incamerato qualche errorino di conversione.

Allora ho fatto a modo mio, veleggiando solitaria in un mare di pesi e di misure. Poi ho sfornato i miei biscotti, li ho poggiati sul pavimento e... ho fatto clic. Non prima di essermene mangiato uno, deliziosamente tiepido...

Quanto a voi, siete liberi di scegliere da che parte dell'oceano stare: sappiate che ciascuna delle due sponde nasconde delle insidie (tropppo zucchero da una parte, troppa farina dall'altra).

Io mi limito a lasciarvi la mia personalissima versione di questa ricetta. Non so se funzioni davvero per far esplodere la pace nel mondo: ma posso garantirvi con certezza che è una meravigliosa bomba calorica che vi farà sentire in pace con voi stessi...

Saluti e baci (al cacao),

S.


INGREDIENTI

farina bianca 00: 125 gr
cacao amaro: 35 gr
cassonade: 130 gr (è uno zucchero di canna)
burro: 150 gr
cioccolato fondente: 150 gr (almeno al 70% di cacao)
bicarbonato: mezzo cucchiaino da caffé
sale fino: mezzo cucchiaino da caffé

Tirate fuori il burro dal frigo con mezz'ora d'anticipo (a meno che non viviate all'Equatore...) perché si ammorbidisca un po' (non pensate di cavarvela facendolo fondere, perché non va bene).

Tagliate il cioccolato a quadratini più regolari che potete (diciamo mezzo centimetro di lato, ok?) e quando avete finito metteteli in frigo (magari in un recipiente chiuso, se siete di quelli che ci tengono le cipolle tagliate a metà...).

Mettete il burro morbido e lo zucchero nel mixer e lavorateli per un paio di minuti.

Mettete in una ciotola la farina, il cacao, il sale e il bicarbonato e mescolate bene. Aprite il coperchio del mixer, rovesciateci gli ingredienti asciutti (a cucchiaiate, se non volete che un fungo atomico color cacao invada la vostra cucina...), richiudete e fate andare per qualche secondo. Poi riaprite, raschiate le pareti con una spatola di silicone, richiudete e lavorate ancora un po'. Fermatevi non appena il composto sarà diventato omogeneo, anche se non compatto: dopo l'aggiunta delle farine dovete lavorarlo il meno possibile.

Rovesciatelo nella ciotola, aggiungete il cioccolato a pezzetti e - aiutandovi con la spatola - incorporatelo rapidamente all'impasto (rifuggite dalla tentazione di affondarci le mani, perché non dovete scaldarlo...).

Prendete la pellicola per alimenti, apritene un bel pezzo sul piano di lavoro senza staccarlo dal rotolo (altrimenti è più difficile da domare...), poggiateci sopra il composto e cercate di dargli la forma di un salame di circa 6 cm di diametro: siate rapidi e cercate di compattarlo mentre lo allungate, perché è così "bricioloso" che non sta insieme senza un aiutino...

Tagliate la pellicola, avvolgetevi l'impasto chiudendolo alle estremità come fosse una caramella, rotolatelo ancora un po' sul piano di lavoro perché sia di sezione perfettamente tondeggiante, poi poggiatelo su un tagliere e mettetelo in frigo per almeno un'ora (o anche un paio di giorni, se vi fa comodo).

Quando vi viene comodo, accendete il forno a 170° e foderate di carta forno una teglia per biscotti.

Tirate fuori il rotolo dal frigo e aspettate che si ammorbidisca quel tanto che serve a tagliarlo. Poi, con un coltello affilato ricavate delle fettine di 1 cm di spessore. Fate molta attenzione: vi si sbricioleranno un po', le vostre fettine-cookies, ma basterà tagliare lentamente e - nel caso - ricomporre la fetta pressando l'impasto con la punta delle dita.

Disponetele sulla teglia, a una distanza di circa 3 cm una dall'altra e infornatele per 15-20 minuti al massimo.

Quando li tirerete fuori dal forno, i cookies vi sembreranno ancora poco cotti: va bene così. Lasciateli raffreddare qualche minuto nella teglia e poi su una gratella da pasticciere. Ma se volete gustarli al meglio, mangiateveli ancora tiepidi, con un bicchiere di latte freddo. E... che la pace sia con voi.


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Cioccolato
Hermé dice di farlo a pezzettini fini, la Greenspan di metterlo nel mixer: in entrambi i casi, però, vi perderete quel meraviglioso effetto dei mini-cubetti di cioccolato che sciogliendosi in cottura formano delle pozzanghere deliziose nell'impasto. Io ho scelto di non privarmene, voi fate come preferite...

Sale
Adesso vano di moda tutti quei sali blasonati che vengono da mezzo mondo (che non mi appassionano per niente...). Il "fleur de sel" è un sale grezzo, non raffinato, prodotto in Francia. Sala meno di un sale normale, perciò è adatto a questo genere di preparazioni. Ormai si trova anche al supermercato, ma se non ce l'avete va benissimo del sale fino.

Attenzione: è un impasto sbricioloso
Questo non è un impasto facilissimo da tagliare a fettine. Perciò fate molta attenzione e se ci riuscite senza affettarvi un dito fate come me: tenete ferma con la mano sinistra la fetta che state tagliando per evitare che arrotolandosi si spezzi.

Credits
Sono tantissime le ricette di questi cookies in rete. Io ho lavorato principalmente su quelle di Dorie Greenspan (convertita in grammi), di Deb di Smitten Kitchen (in cups), di Daniela di Calme et Cacao (tratta dal libro di Greenspan), e di Pinella (tratta dal libro di Hermé).

Infine (anche se c'entra poco con i biscotti al cioccolato)
Dai fogli di carta forno a quelli di giornale, il salto è stato da funamboli (soprattutto con una gamba sola...). Ma mi ha fatto piacere.
http://27esimaora.corriere.it

martedì 20 marzo 2012

Vellutata di finocchi e pere

vellutata di finocchi e pere

Shhhh... non dite a nessuno che avete visto questa foto.... Perché si capisce - vero? - che per scattarla si deve salire su una sedia... e a me queste acrobazie le hanno impedite.

Per la verità mi avrebbero anche intimato di non camminare. E mi hanno persino estorto la promessa di non stare in piedi per più di cinque minuti... e solo in situazioni di assoluta necessità. E credo che non riuscirei a far passare un post come una necessità improcrastinabile, date le circostanze.

Succede, in questo mio girovagare da un posto all'altro, che a volte mi dimentichi di dove sono. Voglio dire: non sempre il mio cervello ha il tempo di settarsi (è una parola orrenda lo so, ma non ne trovavo un'altra...) sulle coordinate del luogo in cui mi trovo. Mi capita di svegliarmi convinta di avere un comodino a sinistra e invece ce l'ho a destra, di accelerare prima di una porta pensando che dietro ci sia un lungo corridoio e di trovarmi invece in un office di pochi passi di larghezza... e così via.

Se si aggiunge che ho lo sprint nel mio dna - nel senso che la mia andatura abituale è la corsa - e che frequento ancora luoghi ad elevata densità di cavi in terra, non è difficile comprendere come mi sia ritrovata a planare per tutta la lunghezza di una stanza, atterrando su un ginocchio. E mica uno a caso: ma quello che mi ricorda ancora - a tanti anni di distanza - che i fuoripista sugli sci non si devono fare...

Minuscole ghirlande di stelline si sono accese davanti ai miei occhi: avevo un cielo di Capodanno nella testa... e un aereo da prendere due ore dopo. Così ho immaginato di essere in cima a quella pista e di dover tornare a valle facendo conto solo su me stessa (in fondo avevo lasciato a casa il caricatore del telefono per davvero...)

Mi sono immobilizzata la gamba, ho finito di fare quel che dovevo a denti stretti, e ho atteso che arrivasse il tassista mentre qualche silenziosa lacrima sfuggiva al mio controllo. Solo un attimo prima di uscire mi sono preoccupata per davvero: uno specchio irriguardoso mi ha rimandato l'immmagine di uno spauracchio, pallido da far paura. Mi son data due schiaffetti sulle guance (era il rimedio di mia nonna...), ho messo il bagaglio a tracolla e ho chiamato l'ascensore.

In aeroporto, chiunque mi vedesse si premurava di offrirmi una carrozzella. Io ringraziavo tutti, cercavo di raddrizzare ancora di più la schiena ("Contegno, ragazza!" mi dicevo) e procedevo a passo da lumaca. Solo al metal detector mi hanno fatto scappare la pazienza.

In questo aeroporto qualunque mio paio di scarpe fa scattare l'allarme. Le ho provate tutte, dagli stivali ai sandali, ma non c'è verso di scamparla. E ogni volta mi chiedo come sia possibile che con gli stessi mocassini che qua scatenano un putiferio io passi indisturbata per i controlli di mezza Europa.

"Si tolga le scarpe" mi ha intimato l'addetta in divisa con lo sguardo di chi si appresta ad affrontare un terrorista.
"Deve scusarmi, ma ho un ginocchio che non riesco a muovere..."
"Allora si sieda là..."
"Guardi, posso anche sedermi, ma non riuscirei mai a infilarmi i calzari: non lo piego. Non può perquisirmi, per favore?"
"Se l'allarme suona, lei ha qualcosa nelle scarpe..." e gli occhi le si facevano più sottili.
"Senta, io con queste scarpe passo da altri aeroporti e non squilla niente. Perché non mi perquisisce?"

Azzoppata, con un ginocchio che visibilmente esplodeva sotto i jeans, ero ferma a braccia larghe sotto il metal detector con i documenti in mano, mentre l'allarme suonava senza sosta: non indietreggiavo di un passo. Dietro, una fila di curiosi che allungavano la testa...

"Ma se non si può sedere, allora non può nemmeno viaggiare..." e lo sguardo era ormai quello perfido di un rettile. "Lei intralcia l'imbarco, quindi devo chiamare l'ufficio passeggeri con handicap e farla viaggiare in carrozzella..."
I miei occhi sono diventati due lame (ne sono capace...) e ho scandito le parole con una calma glaciale: "Io salirò in aereo da sola, mi siederò a gamba tesa, e non intralcerò un bel niente. E lei non chiama nessun ufficio carrozzelle, ma quello del suo responsabile... "

C'è voluto l'intervento di un più esperto collega perché la signorina mi mettesse finalmente le mani addosso, appurasse che non nascondevo un pugnale nei pantaloni né una dose di esplosivo nei mocassini e si convincesse a lasciami andare senza legarmi a una sedia a rotelle.

A bordo, il mio vicino di posto mi ha allargato un sorriso appena mi ha vista arrivare: "Quella donna è stata così sgarbata che volevo dirle qualcosa. Sa ero dietro di lei ai controlli..."
Era un signore gentile, mi ha chiesto dove andavo e mi ha offerto un passaggio in città.

L'idea di salire sull'auto di uno sconosciuto è quanto di più lontano dalla mia formazione femminile si possa immaginare: ho passato in rassegna rischi e opportunità per tutta la durata del volo. Certo, non avevo un cellulare funzionante ed ero pur sempre una signora sola e non proprio agile. Ma potevo sicuramente contare sulla mia scarsa avvenenza (essere uno spauracchio ha i suoi lati positivi...) e su un bagaglio a mano pieno di vecchi piatti e teglie vintage.
In ogni caso, avrei avuto bisogno di un bancomat e l'idea di mettermi a cercarlo in aeroporto semplicemente mi atterriva. Così ho accettato: e mi sono ritrovata - non sana, ma salva - a due vie da casa.

Quelle cinque ore di viaggio sono state la mia faticosa discesa a valle. Una volta arrivata, mi sentivo come se avessi raggiunto la meta e non avessi null'altro da fare che godermi la doccia bollente, il profumo delle lenzuola e il refrigerio del ghiaccio sintetico sulla gamba. Ero in Paradiso...

Mio marito, invece, era preoccupatissimo.
"Il giorno in cui la smetterai di viaggiare senza cellulare sarà troppo tardi! Non sapevo più dove fossi finita..."
"Ma io non ti volevo far perdere mezzo pomeriggio per venirmi a prendere.."
"E comunque, mi devi spiegare perché una con un ginocchio così si mette a lavarsi i capelli, anziché farsi portare all'ospedale..."
"Primo: perché anche con un ginocchio così non ho alcuna intenzione di somigliare a uno spauracchio. Secondo: perché se ci vado adesso e mi chiedono cosa mi fa male devo dire: "Tutto" e mi ricoverano. Perciò ci andiamo domattina..."

Sono stata irremovibile: come la signorina del metal detector (però più gentile...). Non avevo tutta questa fretta di farmi dire che mi sono fratturata una rotula e lesionata il menisco...

Così adesso ho un ginocchio delle dimensioni di uno stinco: e non posso nemmeno presentarvelo al forno. Giro per casa con un'andatura da contorsionista (non mi sono arresa alla stampella, anche se pare che dovrò capitolare...) e cucino di nascosto, nelle ore in cui sono sola e nessuno può sgridarmi. Non riesco a fare molte cose, ma sto scoprendo che meringhe e pani rapidi posso sfornarli anche da seduta... quasi. Per cena, poi, basta una zuppa con una fetta di pane e un'insalata.

Insomma, faccio di tutto per dimostrare che sono una paziente diligente con questo mio ginocchio che cigola. Perciò voi non traditemi: non raccontate in giro che mi arrampico sulle sedie pur di regalarvi una foto. Intanto perché sarebbero gelosi di voi. E poi perché mi legherebbero per davvero a una carrozzella: di contenzione, però...

Saluti e baci (azzoppati),

S.


INGREDIENTI

finocchi: 500 gr
pere: 300 gr (quelle che volete, purché non troppo dolci né mature)
porri: 200 gr
grappa (sì... grappa): un bicchierino
yogurt greco: 2 cucchiai (va bene anche uno yogurt intero non troppo acido)
olio extra-vergine di oliva: 2 cucchiai più quello per condire
ginepro: 4-5 bacche e qualche fogliolina
granulare vegetale

Mondate i finocchi (tenendo da parte un po' di barbette verdi), lavateli, pesatene circa 400 gr. e fateli a fettine.

Lavate e mondate i porri (eliminando anche la parte verde che utilizzerete per qualcos'altro), pesatene circa 100 gr. e tagliateli a rondelle di un centimetro.

Lavate e sbucciate le pere, eliminate i semi e fatele a cubetti (dovreste ricavarne circa 250 gr.).

Fate scaldare in una pentola un paio di cucchiai d'olio, aggiungete i porri, i finocchi e le pere e rosolateli per 5 minuti mescolando perché non si attacchino. Quando avranno consumato l'olio e il loro liquido, sfumate con la grappa come fareste per un risotto e lasciate evaporare l'alcol.

Coprite d'acqua poco più che a filo, aggiungete il ginepro e il granulare vegetale e fate cuocere con il coperchio per una ventina di minuti.

A cottura ultimata (cioè quando i finocchi saranno molto teneri) eliminate il ginepro e riducete in crema con il minipimer. Aggiustate eventualmente di sale e servite con una cucchiaiata di yogurt e un filo d'olio, decorando il piatto con le barbe di finocchio.

Potete preparare la vellutata anche in anticipo: nel caso, tenete le barbette a bagno in un bicchier d'acqua (come fareste per dei fiori...)

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Grazie a David Leibovitz...
... perché l'idea della zuppa di finocchi e pere l'ho presa da lui. Ho sostituito però il sidro con la grappa e l'alloro con il ginepro (semplicemente perché era nella mia sacca da viaggio, assieme ai piatti e alle padelle vintage...): e devo dire che ci stanno benissimo...

Foglie a zonzo
Se usate il ginepro, contate foglie e bacche prima di metterle in pentola, per recuperarle più facilmente prima di usare il minipimer.

Dosi o non dosi?
Quando si tratta di verdure, e di zuppe in particolare, parlare di dosi e pesi fa quasi un po' ridere: perché le verdure non sono tutte uguali e perché qualcosina in più o in meno non fa la differenza.
Però, anche dire "due pere" o "tre finocchi" non va bene: per le stesse ragioni di cui sopra.
Perciò, nel dubbio, io i pesi ve li ho messi: con l'avvertenza di prenderli con beneficio d'inventario. Considerateli giusto un rapporto tra ingredienti, perché il dolce delle pere non sovrasti quello più delicato dei finocchi.

Porri vs scalogni
Se non avete dei porri anche gli scalogni vanno bene, in dose minore però (80 gr sono più che sufficienti, altrimenti la zuppa prende un po' d'aglio...)

giovedì 8 marzo 2012

Torta di rape rosse

Per una bambina che vede la vita in rosa... E per tutte le ragazze del mondo (comprese quelle che vestono solo di blu)

Torta di rape rosse

La mia amica, asciutta e sobria dalla punta dei capelli a quella delle scarpe, si è finalmente comprata un lucidalabbra. "Sai - mi ha confidato con aria poco convinta - l'ho dovuto fare perché ho regalato una giacca blu a mia figlia".

Questa bambina ha gusti molto decisi in fatto di abbigliamento: a sette anni non esce di casa se non è vestita di rosa. La sua tonalità preferita è quella che lei definisce "fucsian": che poi sarebbe il rosa shocking delle cingomme o - se preferite - del rossetto della Barbie (qualcuno se la ricorda ancora? Adesso sarà pure lei una vecchia bacucca...).

Sicché tra noi - che invece ci vestiamo entrambe di blu - quella del "fucsian" è diventata una specie di divertente gag: nell'ora in cui gli unici negozi aperti in questa piccola città sono un franchising di intimo e un magazzino di abiti low-cost, ci divertiamo a curiosare tra gli scaffali e capita che ne usciamo divertite con qualche maglietta (e - lo confesso - addirittura un paio di culottes...) color "fucsian" nella borsa.

Non avendo l'ardire (né l'età) per certe fanciullesche frivolezze, le uso come pigiama. Persino mio marito se n'è accorto.
"Ma adesso ti piace il rosa acceso?"
"No, però mi fa tanto ridere..."

Intanto in famiglia - tutte persone di assoluta e riconosciuta sobrietà - si chiedono da chi la bambina possa avere ereditato certi gusti. Lei, incurante, continua a farsi comprare cerchietti con vezzose piume, magliette con luccichini e scarpe coi fiocchi: rosa, naturalmente...

Perciò, in cambio di un'austera giacchetta blu la mamma ha dovuto dimostrare di essere all'altezza: e ha finalmente sfoggiato delle labbra un filo più brillanti del solito.
"Se n'è subito accorta: le si sono illuminati gli occhi e mi ha detto che ero bellissima..."

Torta di rape rosse: backstage

Così abbiamo dovuto ampliare i nostri orizzonti in fatto di shopping: nell'ora della siesta cittadina, facciamo la nostra pausa con un kebab mangiato al sole per strada, dopo di che ci dirigiamo verso un negozietto nuovo di zecca che vende trucchi per ragazze.

Passiamo in rassegna l'espositore degli ombretti e quando costano tre euro ce ne compriamo uno. Ce li avrebbero anche "fucsian" (persino nella versione con luccichini), ma non siamo mai andate oltre il blu.

Per quanto... sarei proprio curiosa di sapere cosa direbbe mio marito se mi vedesse arrivare a letto con dell'ombretto color cingomma sugli occhi...

Saluti e baci (fucsian) anche all'altra metà del cielo (ribaltando Mao...)

s.


INGREDIENTI

farina autolievitante: 200 gr
zucchero di canna: 200 gr
olio di semi di girasole: 150 ml
barbabietole lessate: 150 gr (al netto della buccia)
uova: 3
uva sultanina: 75 gr
semi di lino, di zucca e di girasole: 75 gr (complessivamente)
cannella in polvere: un abbondante pizzico
bicarbonato: mezzo cucchiaino
lievito vanigliato: 1 cucchiaino

per la glassa (di cui si può fare a meno...)
zucchero a velo: 10 cucchiai (più o meno)
acqua di fior d'arancio: 2 cucchiai (come sopra)
semi di papavero

Accendete il forno a 180° e foderate di carta forno uno stampo da cake.

Setacciate in una ciotola la farina con il lievito, il bicarbonato e la cannella.

Grattugiate le barbabietole con una grattugia a fori grandi (tanto per intenderci: quella del parmigiano non andrebbe bene, perché le riduce in poltiglia, ma se proprio non ne avete un'altra...) e tenetele da parte.

Sgusciate le uova, separando i tuorli dagli albumi, e montate questi ultimi a neve ferma.

Mettete nel mixer lo zucchero e l'olio di girasole e fate andare a velocità massima per almeno un minuto. Aggiungete poi i tuorli (uno alla volta) e, sempre continuanto alla massima velocità, le barbabietole grattugiate.

Abbassate la velocità al minimo e aggiungete a cucchiaiate il mix di farina e lievito.

Infine aggiungete l'uvetta e i semi, fate andare il mixer lo stretto indispensabile perché si amalgamino al resto senza sminuzzarsi troppo, e poi rovesciate il composto un po' alla volta nella ciotola degli albumi montati: a grosse cucchiaiate, cercando di non smontarli (io giro la frusta su se stessa e intanto sollevo l'impasto...).

Rovesciate tutto nello stampo, livellate e infornate per 50-60 minuti. La torta deve restare morbida dentro e non seccarsi troppo: perciò dopo una quarantina di minuti copritela con un foglio d'alluminio (aprite il forno lentamente e con cautela...) e più tardi usate uno stecco da griglia per vedere se è cotta.

Lasciatela una decina di minuti in forno prima di estrarla, sollevando delicatamente la carta forno (è friabile), e fatela raffreddare su una griglia.

Per glassarla, sciogliete una decina di cucchiai di zucchero a velo con un cucchiaio e mezzo-due d'acqua di fior d'arancio: aggiungetela poco alla volta, la glassa non dev'essere troppo liquida ma appena spalmabile (non vi devono restare pezzi di torta attaccati al coltello, tanto per esser chiari...). Quando sarà della giusta consistenza, coloratela con qualche goccia del liquido della barbabietole (ce n'è sempre un po' nella busta del sottovuoto).

Cospargetela di semi di papavero e fatela raffreddare per almeno mezz'ora prima di servirla con una tazza di té forte e... possibilmente amaro.

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Credits
La ricetta non è mia, ma di Nigel Slater. Ho solo ridotto le quantità di olio, zucchero e farina, ho dimenticato completamente il limone, e ho colorato con la barbabietola la glassa (cosa di cui vado fiera, anche se questa torta - ve lo confesso - è decisamente migliore senza). E adesso, nuove sperimentazioni color barbabietola sono in corso, nella mia cucina...

Siete di quelli "barbabietole? no grazie..."?
Lo so, vi starete già chiedendo che sapore abbia una torta con dentro delle barbabietole e nemmeno un po' di cioccolato (dato che è questa in genere l'accoppiata vincente quando si vuole mascherarne il sapore). Beh, vi stupirete: perché di quel gusto un po' terroso da rapa non resta che la morbida consistenza...
Trattasi di una torta in perfetto British style: uvetta, semi e zucchero in quantità da farsi sentire. Perfetta con una tazza di té forte e amaro, molto meno con il cappuccino. Potrebbe essere una lontana cugina del pane dolce di kaki con noci e nocciole e del pane alle banane con nocciole e cioccolato. Non una cosa da inzuppare, ma piuttosto da piluccare. Non è una torta che mi sogno la notte (è un filino troppo dolce per i miei gusti), ma una dignitosissima soluzione per assaggiare qualcosa di diverso dal solito. Senza contare che è buona anche tostata, dal secondo giorno in poi... Una sola cosa non rifarei: la glassa. Secondo me non serve proprio a nulla (e il caro Nigel mi perdonerà). A meno che non dobbiate dedicarla a qualcuno che ama vedere il mondo dipinto di rosa: anche quando si tratta di una torta di rape...

E infine: rosa non a caso...
...perché anche se non sono mai stata un'appassionata dei festeggiamenti da 8 marzo (sono allergica ai recinti...), mi piace pensare che noi donne siamo declinabili in tanti modi: possiamo adornarci di una patina di zuccherosa leggerezza, e avere anche un cuore forte, saldamente piantato per terra. Un po' come le barbabietole...
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