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venerdì 28 ottobre 2011

Basic-torta di yogurt al cioccolato

La più facile delle torte al cioccolato e un reportage color cacao da Eurochocolate...

Torta di yogurt al cioccolato

Adoro il cioccolato: per questo oggi il post è un po' sui generis.

Mi spiego... La fetta qua sopra è roba mia: una torta al cioccolato che più facile non si può, di quelle che posso fare anche quando ho la dispensa mezzo vuota, quando ho fretta, quando sono stanca... insomma, devo proprio inventarmi una scusa per non farla se è di una torta basic che ho voglia.

Ma se scendete un po' più giù, vedrete delle cose che non sono uscite dalla cucina di casa mia. Delle meraviglie di vario genere con un unico filo conduttore: cioc-co-la-to.

No, non ho cambiato mestiere. Né ho intenzione di trasformare in un lavoro questo mio divertissement in forma di blog. Semplicemente ho accettato l'invito ad andare a Eurochocolate. Perché ogni tanto bisogna pur mettere la testa fuori dal passavivande di questa mia cucina (nella quale - devo ammettere - non mi sento mai sola, e di questo vi ringrazio...) e, potendo scegliere, un'occasione color cacao mi sembrava molto più allettante di altre.

Insomma, vedrò di farvela breve anche se la mia giornata a Perugia è stata piuttosto intensa.

Perché oltre a passeggiare tra stand con cioccolaterie d'ogni sorta - snack per cani e gatti compresi, anche se il dubbio che i cani preferiscano un osso e i gatti un topo a me rimane... - ho anche partecipato a uno showcooking, che sarebbe un'oretta impiegata a produrre una ricetta a quattro mani: quelle di un maître chocolatier di grido (nientepopodimenoché Simone De Castro) e le mie.

Per la verità di mio c'era ben poco, se si eccettua la preventiva raccomandazione al pasticciere di inventarsi per l'occasione una ricetta che fosse alla mia portata: cioè riproducibile a casa senza troppi patimenti e trasformabile in un post per condividerla con voi. E Simone, che oltre ad essere un brillante e divertente signore (irresistibile nella sua mise in borghese...) è anche uomo di mondo, ha accondisceso: ha messo da parte la raffinatissima pralina al té verde che aveva concepito ("è una ricetta molto interessante, ma credimi non è proprio nelle mie corde... non potrei raccontarla a nessuno dei miei amici di penna e di fornelli...") e l'ha sostituita con un clafoutis di pere con cremino alla nocciola. Molto più easy... e decisamente più in stile d'Aubergine.

Del commestibile manufatto, mirabilmente prodotto con ineguagliabile maestria sotto i miei occhi, non è rimasta traccia: la sottoscritta, distratta da una telefonata da casa, ha dimenticato la reflex nella sacca da viaggio e non è stata capace di far funzionare a dovere una macchinetta dalle prestazioni supersoniche gentilmente messa a disposizione dall'organizzazione (che ci volete fare... per certe cose sarò sempre una principiante).

In compenso, all'uscita dal teatro il recupero della più familiare attrezzatura fotografica e il subitaneo picco di lucidità indotto dalle sferzanti raffiche di tramontana mi hanno portato a girovagare per la città, in solitaria e divertita contemplazione. Tra frotte di superesperti, capannelli di vecchiette golose e scolaresche in gita, ho osservato da dietro l'obiettivo questa grande kermesse del cioccolato. Dove, proprio come in un grande mercato delle pulci, chi sa cercare trova...

Perciò, se permettete, per questa volta vorrei che fosse il cioccolato a parlare: anche se per interposto - e sfocato - obiettivo.

Quanto a noi - cioè voi, me e nessun altro - riprenderemo i nostri ozi culinari la settimana prossima: di là dal cellophane... E fa niente se ci saranno in giro un po' di operai, tanto oramai ci siamo abituati...

Perciò adesso vi saluto: vado a chiudere le persiane che il vento sta cercando di portarmi via. No, non è la tramontana perugina: è maestrale...

La sezione cremini è infinita...
Cremini
Salami e arance candite: al cioccolato
Perugia: sotto i portici

Chocolate balls
Una città color cioccolato
Una città color cioccolato (2)
Perugia: Monsieur Pigeon Chocolat...

Sassi di cioccolato
Cioccolato da spalmare
Cioccolato a colori
Tutti i colori del cioccolato
Perugia

Perugia: signorine pericolose d'altri tempi
Una città color cioccolato (3)


INGREDIENTI

cioccolato fondente: 300 gr (almeno al 70% di cacao)
farina bianca 00: 220 gr
zucchero semolato fine: 160 gr
olio di semi di girasole: 120 ml
yogurt naturale intero: un vasetto piccolo
uova: 3
lievito vanigliato: 1 bustina
bicarbonato: mezzo cucchiaino
sale fino: mezzo cucchiaino

Accendete il forno a 180° e foderate con carta forno uno stampo rotondo a cerniera di 22 cm. di diametro.

Spezzettate il cioccolato, mettetelo con metà dell'olio in una ciotolina e fatelo sciogliere a bagno-maria (oppure, ma questa è una di quelle cose "si fa ma non si dice", infilate la ciotola nel forno appena acceso e tenetecela finché il cioccolato non è fuso... e non dimenticatevela!)

Setacciate in una ciotola la farina con il lievito e il bicarbonato, aggiungete il sale e mescolate molto bene.

Lavorate con le fruste elettriche le uova e lo zucchero (non c'è bisogno che le montiate) poi aggiungete lo yogurt e il resto dell'olio. Versate il composto nella ciotola con gli ingredienti asciutti continuando a lavorare e quando il tutto è perfettamente omogeneo aggiungete il cioccolato fuso. Ancora un girettino di fruste, poi rovesciate nello stampo, livellate e infornate (non prima di averci intinto un dito... tranquilli: rimarrà un segreto tra me e voi...).

Fate cuocere per 50-60 minuti (ogni forno è diverso...): la vostra basic-torta al cioccolato si gonfierà come un panettone e poi - se riuscite a non cuocerla troppo - sprofonderà solo di un pochino, ma resterà sofficissima...

Tenetela ancora cinque minuti nel forno spento con lo sportello aperto, poi sformatela e fatela intiepidire su una gratella da pasticciere.

Servitela con una spolverata di zucchero a velo, oppure di cacao. Se invece siete degli eterni indecisi, non state lì a farla raffreddare troppo: metteteceli entrambi e lasciate che la forchetta affondi nella prima fetta...

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E non ditemi che non ve ne siete accorti...
Questa altro non è se non la torta allo yogurt con le gocce di cioccolato: senza le gocce ma con un bel po' di cioccolato vero dentro (e un uovo in più). Solo che per semplificarmi la vita ho pesato tutto: perché non so a voi, ma a me questa storia di misurare tutto a vasetti sta un po' scomoda. La farina e lo zucchero mi escono sempre fuori, devo lavare il vasetto dopo che ho rovesciato lo yogurt... insomma: uno strazio. Così preferisco la mia cara bilancia e la brocca graduata... questione di gusto e di gesti (che in cucina devono venir comodi, sennò non mi diverto).
Voi però potete fare come vi pare, da oggi avete le due alternative.

Bicarbonato mon amour...
Mi rendo conto che dichiararsi innamorati del bicarbonato in un post che trasuda cioccolato può risultare un tantino perverso. Ma credetemi, il mio è un amore che poggia saldamente su basi razionali. Cucchiaini di bicarbonato fanno capolino qua e là in questo blog (pensate ai soda bread, tanto per dirne una), e non senza motivo. Per esempio, il senso della sua presenza in questa ricetta è la leggerezza incredibile che regala all'impasto, anche se mentre lo mettete nello stampo vi sembrerà così denso da non riuscire a sollevarsi. Invece l'effetto mongolfiera è assicurato. Una sola avvertenza: non cuocetelo troppo. E se volete stare sicuri, dopo i primi 40 minuti potete aprire molto lentamente (e non del tutto) lo sportello del forno e tastarne la superficie con un dito. Funziona (ma non rispondo di eventuali bruciature...)

La ricetta del clafoutis alle pere di Simone De Castro?
Arriverà, ve l'ho promesso no? Appena troverò il tempo di farlo... siate clementi.

venerdì 14 ottobre 2011

Il pane dolce di kaki con noci e nocciole

Il pane dolce di kaki

Sciaf!! ... scusate, è una zanzara... Non so come mi sia venuto in mente oggi di pensare che fosse autunno. Ho osato tenere aperta la finestra della cucina mentre il forno andava a tutto gas e un inatteso profumo si spargeva per la casa. Ho osato guardare il tramonto sui tetti, le cornacchie che andavano a dormire, le luci che piano piano si accendevano e le nuvole che si facevano grigie e anche un po' rosa: tutto senza l'odioso filtro della zanzariera.

Detesto guardare il mondo da dietro una rete: fosse anche una retina quasi invisibile che sta lì per tenere a bada delle odiose creature alle quali in una vita precedente devo aver fatto qualcosa. Non c'è altra spiegazione per l'accanimento con il quale mi prendono di mira... Sciaff!!

Il risultato è che sono qui, all'alba, a scrivere un post color kaki mentre un pungiglione assassino mi perseguita: tanto mi è costato un tramonto senza veli. Ma la storia della mia ultima scoperta ve la devo proprio raccontare.

Il kaki è un frutto che a me ha sempre fatto un certo senso: da vedere, prima ancora che da mangiare... o da veder mangiare. Tutta quella roba molliccia e filamentosa, quella bava arancione... no, non fa per me.

Lo adora invece mio marito - sciaff!! ... - che non si capacita di come io possa definire "bavoso" il kaki e riesca invece a mangiare le lumache.
"Quelle sì che sono bavose per davvero..."
"Però si mangiano cotte: il giorno in cui potrò mangiare un kaki cotto ne riparleremo."

La storia va avanti così da sempre: io i kaki non li compro, perché non piacciono a nessuno fuorché a lui e poi è impossibile trasportarli fino a casa senza che si spiaccichino da qualche parte. E lui riesce a farseli regalare persino da mia madre (si adorano, se non ci fosse una generazione di differenza si sarebbero fidanzati loro due).

Così a casa nostra capita che di kaki ce ne siano anche troppi, nonostante i miei sforzi per erigere barriere all'ingresso. E siccome qualcosa bisogna pur farne (sono odiosi perfino nella pattumiera, se c'è un buco nel sacchetto colano) ho deciso che tanto valeva farci qualche esperimento. E, osare per osare, ho pensato di farci quello che non avrei mai immaginato: cucinarli. ... Sciaff!!

Mi sono ricordata di una ricetta di David Lebovitz, che a sua volta l'aveva presa da James Beard... insomma: solo con le ricette i kaki viaggiano senza spiaccicarsi strada facendo. L'idea era praticabile, con qualche aggiustamento. Ne è uscito una specie di pane rapido, un lontano cugino del soda bread per via del bicarbonato al posto del lievito, ma con una dose consistente di zucchero e pure di burro, sicché verrebbe da definirlo un cake, se non fosse che non ha la leggera fragranza di una torta...

Insomma, quale che sia la categoria più adatta a definirlo, il risultato è stato davvero sorprendente. Un pane umido, compatto ma morbido, che si scioglie in bocca... finché non trovate un pezzetto di noce o una nocciola e siete costretti a fare "crunch" assaporando l'amarognolo della tostatura. Un pane d'autunno, al quale i kaki regalano una particolare consistenza: non un profumo (è lo zucchero di canna, insieme alla frutta secca tostata a prevalere) e nemmeno tanto un sapore, ma una morbidezza che dura per giorni.

Perché questo è un pane che migliora con il tempo. Non solo non si secca (a meno che non lo esponiate allo scirocco), ma acquista sapore. Il giorno dopo il kaki inizia a farsi sentire - e risciaff!! ... - e perfino quel goccetto d'alcol sotto forma di birra riesce a dire la sua. Se poi gli date una tostatina, il gioco è fatto: riuscirete a stupire persino il più scafato dei vostri amici gourmet. Perché - diciamocelo - non è che una roba cotta al forno con dentro dei kaki si trovi proprio al supermercato sotto casa...

Colori: arancio kaki

Perciò, se amate questo genere di cose, vi consiglio di provarci.
Quanto a me, adesso mi toccherà rivelare a mio marito che dei kaki li ho mangiati pure io: cotti, però... come le lumache. E mi sono piaciuti.

Così capirete perché quest'alba che lentamente si trasforma in giorno non mi vede affatto triste: c'è una fetta di pane ai kaki a farmi compagnia, insieme a una tazza di té scuro e forte. E a una zanzara che non dà segni di cedimento...

Encomiabile, se non fosse che non ho ancora compreso che posto debbano avere le zanzare nel creato: è forse un compito nobile pungere la gente nottetempo? ...Sciaff!!

Saluti e baci. Alla citronella.

S.


P.S.: ... e scordatevi il pane alle zanzare: non sono ancora pronta per superare anche questo.


INGREDIENTI

farina bianca oo: 250 gr
zucchero grezzo di canna: 180 gr
burro: 100 gr
uova: 2
birra: 50 ml
polpa di kaki: 250 gr (sono circa due kaki)
noci: 50 gr
nocciole: 50 gr
sale fino: 1/2 cucchiaino
bicarbonato: 1 cucchiaino (bello colmo...)

Accendete il forno a 180° e foderate di carta forno uno stampo da cake (il solito, quello da 25 x 10 cm).

Lavate i kaki e raccogliete tutta la polpa con l'aiuto di un cucchiaino (non dannatevi l'anima se ci resta qualche pezzetto di buccia: cotta è buona pure quella... piuttosto vedete di schiacciare eventuali grossi grumi di polpa).

Sgusciate le uova e sbattetele appena senza montarle.

Fate fondere il burro in un pentolino (io lo metto in forno, intanto che si scalda: fuoco dolce per definizione...).

Setacciate in una ciotola la farina con il bicarbonato, aggiungete il sale e lo zucchero e mescolate molto bene.

Tostate le noci e le nocciole (potete usate il forno anche per questo...), facendo attenzione a non bruciarle. Lasciatele raffreddare e spezzettatele: le noci a mano, mentre per le nocciole vi servirà un pestacarne (o un bicchiere dal fondo spesso). L'importante è che non le massacriate con il coltello o - peggio ancora - con il mixer: qui ci vogliono pezzetti consistenti, che facciano "crunch" sotto i denti.

Unite alle uova la polpa di kaki, aggiungete il burro fuso e da ultimo la birra: sbattete in continuazione, perché il burro tenderà a restarsene a galla.

Versate nella ciotola il mix di ingredienti asciutti, mescolate bene e quando il composto sarà omogeneo aggiungete le noci e le nocciole a pezzetti. Un'ultima mescolata e rovesciate tutto nello stampo.

Cuocete per almeno 45 minuti (ma forse vi ci vorrà anche un'oretta): il pane è cotto quando ci infilate un bastoncino da spiedini e riuscite a tirarlo fuori asciutto (e anche a non ustionarvi...). lasciatelo cinque minuti nel forno spento, poi sformatelo e fatelo raffreddare su una gratella da pasticciere.

Mangiatelo freddo, meglio ancora il giorno dopo: questo è un pane che acquista con il passare dei giorni. Il massimo? Tostato a fette spesse, con o senza un velo di burro, con una tazza di té.

Conservatelo avvolto in un foglio di carta forno, oppure scoperto con la parte aperta poggiata su un piatto. Potete anche surgelarlo a fette: la mattina a colazione basterò un passaggio in forno o nel tostapane per riportarlo a nuova vita.

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Su Flair di questo mese...
Io fatico sempre un po' con questo genere di cose, ma insomma... non bisogna nemmeno esagerare sennò si rischia di passare da snob. A pagina 112 del numero di Ottobre: grazie all'autrice Francesca Martinengo e alla redazione.

Su Flair di Ottobre...

sabato 8 ottobre 2011

Una semplice torta di mele

La mia "good-bye Mr. Apple" tart...

una semplice torta di mele

Scusate, ma questa non è la vostra torta. O meglio: siete liberi di farne ciò che volete, ma non offendetevi se nell'impastarla oggi non ho pensato a voi.

Dovevo accendere il forno per tutt'altro genere di cose, ma è stato più forte di me: uno di quei piccoli gesti individuali di cui il mondo non si accorge, ma che se anche non fanno bene al mondo fanno bene a chi li fa.

Ho preso tutte le mele che avevo e le ho infilate nella più semplice delle torte: non poteva non essere una torta di mele.... la più basic, la più facile, la più essenziale.

Perché questa non è solo una delle mie torte preferite: è la mia dedica a un genio visionario senza il quale il mondo oggi non sarebbe quello che è.

Non avremmo un computer su ogni scrivania. Non comunicheremmo come comunichiamo. Sarebbe impossibile persino immaginare Internet, la sua straordinaria potenza, senza l'enorme massa di pc diffusi in ogni casa. Tanto per dirne una: noi foodbloggers - semplicemente - non staremmo qui.

Eppure c'è stato un tempo, nemmeno troppo lontano, in cui il mondo era senza tutto questo: finché fu un ragazzo di poco più di vent'anni a immaginare che forse un computer poteva anche diventare portatile...

Così oggi, mentre impastavo burro e farina, ho ripensato a quante cose non avrei fatto senza quel visionario di Steve Jobs: prima fra tutte (e la lista è davvero lunga) lavorare anche da casa quando i bambini erano piccoli.

Perciò mi sono sentita di dir grazie, a modo mio, a uno che con le sue intuizioni mi ha reso più lieve l'esistenza. E siccome una mela morsicata non mi sembrava tanto carina da pubblicare in un post, ho pensato che la mela la potevo mettere dentro una torta: il morso ce lo potete sempre dare voi...

Così questo non è un epitaffio, ma pur sempre una torta: una vera, semplicissima e buonissima torta di mele. Con un biglietto attaccato, però. Un biglietto a forma di mela morsicata, a strisce arcobaleno. C'è scritto: "Good-bye Mr. Apple... and thank you".


INGREDIENTI

per la pasta:
farina bianca 00: 100 gr
farina integrale: 50 gr
burro salato: 100 gr (se non ce l'avete, aggiungeteci un pizzico di sale)
zucchero grezzo di canna: 1 cucchiaio
acqua ghiacciata: 3 o 4 cucchiai

per il ripieno:
mele: 6 o 7 (forse anche 8... dipende dalla grandezza)
zucchero grezzo di canna: 2 cucchiai
miele: 1 cucchiaio
latte: un po' per spennellare

Tagliate il burro a cubetti e rimettetelo in frigo, per almeno un quarto d'ora (ingredienti freddi uguale pasta croccante...).

Mettete nel mixer tutti gli ingredienti, tranne l'acqua: lavorate per pochissimi secondi, poi fermatevi e riprendete.... così per tre-quattro volte, finché non vi ritrovate con delle grosse briciole d'impasto. A questo punto aggiungete l'acqua, un cucchiaio alla volta, e fermatevi appena vedete che l'impasto "sta insieme".

Rovesciatelo sul piano di lavoro, stendetelo appena con il matterello (fatene una specie di frittellona) e mettetelo in frigo per almeno mezz'ora sigillato con della pellicola.

Nel frattempo accendete il forno a 200° e preparate una tortiera di 20-22 cm di diametro (la mia è di quelle antiaderenti, con la base asportabile per cui non ho bisogno di imburrarla, né di carta forno).

Lavate le mele, asciugatele, tagliatele a metà e privatele del torsolo, poi affettatele sottilmente.

Tirate fuori la "frittellona" d'impasto dal frigo, aspettate qualche minuto perché si ammorbidisca e poi stendetela col matterello. Foderate la tortiera facendo in modo che la sfoglia di pasta sbordi di un bel po', disponete le fettine di mela all'interno, spolverizzatele con un cucchiaio di zucchero e ripiegate i lembi di sfoglia senza troppa precisione (i bitorzoli e le gobbette saranno piacevolmente croccanti...).

Infornate e fate cuocere per circa un'ora. A dieci minuti dalla fine, estraete la torta dal forno, spennellate i lembi di pasta con il latte e spolverizzateli di zucchero, e poi infornate nuovamente.

A cottura ultimata, spennellate la superficie delle mele con il miele (se non è liquido, riscaldatelo un po') per lucidarla.

Fate raffreddare la torta prima di servirla. Come? Avete l'imbarazzo della scelta: da sola, con una pallina di gelato alla vaniglia, con della panna appena montata, con una spolverata di cannella, con una tazza di té. O con un bicchiere di latte freddo, mentre leggete i giornali di mezzo mondo dal vostro pc...

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Do you know "la tecnica dei cubetti di ghiaccio"?
E' la mia tecnica preferita quanto faccio la brisée con il mixer: cubetti di ghiaccio anziché acqua ghiacciata (un cubetto vale un cucchiaio... almeno nel mio stampino da freezer). L'impasto non si surriscalda e la crosta rimane croccante. Se ci provate, non aggiungeteli tutti in una volta: per scongiurare l'"effetto granita"...
Se invece la brisée la fate a mano (e io la faccio a mano un sacco di volte...) utilizzate la lama di un coltello ghiacciata per lavorate l'impasto.
In entrambi i casi vale la regola aurea di tutte le paste croccanti: non lavorate l'impasto troppo a lungo.

Pensavate che fosse una torta?
... E invece è uno di quelli che io chiamo "format culinari": un concetto, prima ancora che una ricetta. In questo caso: una crosta (sfoglia o, meglio ancora, brisée) con dentro tanta frutta e una spolverata di zucchero. Impossibile essere più essenziali.
Ovviamente, non è obbligatorio utilizzare un impasto fatto in casa: i rotoli già pronti funzionano bene. Ma nessun prodotto di supermercato eguaglierà il profumo e la croccantezza (che parola rumorosa... si dice davvero così?) di una pasta home-made (che - detto tra noi - si fa pure in un attimo...).
Insomma: io non insisto, scegliete voi. Ben sapendo che con lo stesso tipo di pasta potete eventualmente fare anche la torta di fichi e quella di pere allo zafferano...
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