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mercoledì 25 maggio 2011

E' nata una cucina...

è nata una cucina...

Tranquilli: questo non è un post sui fiori edibili... e per la verità non so nemmeno se le peonie si possano mangiare. E' solo che ci vuole un fiocco rosa in certe occasioni, e io oggi un fiocco non ce l'ho. E l'unica cosa rosa a portata di mano (fatta eccezione per una rapa un po' fané, niente affatto fotogenica...) è un mazzo di peonie appena comprato al mercato: insieme a fragole, ciliegie, fiori di zucca, basilico e piattoni.

Perché oggi è un giorno speciale: il giorno del mio primo giro tra le bancarelle di frutta e verdura da quando abbiamo traslocato. Mi ci sono voluti otto lunghissimi mesi per arrivare fin qui: mesi trascorsi tra operai e falegnami, oppure con il pennello in mano tra effluvi di cere e trementina. E anche se la mia lista di lavori para-edili non è ancora del tutto esaurita (vi terrò informati...), almeno in cucina si respira un'aria di normalità. E per me è davvero un grande risultato...

Così ho deciso che oggi si festeggia. E mi scuserete se questo post non contiene una ricetta: lo so, non è carino far festa senza neanche l'ombra di un dolcetto, soprattutto se una si dà arie da foodblogger. E' che avrei deciso, per una volta, di deporre quella mia specie di corazza che chiamo "discrezione" per invitarvi... oltre la porta. E credetemi: anche questo, per me, è un risultato. Non ho potuto fare a meno di pensarci in tutte queste settimane, mentre a colpi di pennello cambiavo colore a vecchi e nuovi mobili (e anche a qualche ciocca di capelli...). Perché questa non è solo la mia cucina nuova: è anche la nuova cucina di Fragole a Merenda...


oltre la porta...
on my table

Ve l'avevo detto che la situazione tavoli a casa nostra è un po' complicata... In sala da pranzo c'è un tavolo-seppia, che macchia di nero chiunque gli si avvicini. La scrivania non c'è ancora, sostituita al momento da un vecchissimo tavolo facente funzione ma troppo alto per riuscire a lavorarci (e poi in quella stanza il wi-fi è come se non esistesse...). E allora mi sono organizzata un kitchen office su un minuscolo tavolino da bistrot, sul quale riesco a far stare persino la caffettiera. Non c'è spazio per molto altro, ma il lato positivo è che... ho sempre la scrivania in ordine!

Così è da qui che scrivo i miei post. Con lo sguardo che vaga sui tetti e la meravigliosa sensazione di galleggiare sulla luce (d'altronde è stato proprio davanti a questa finestra che quel raggio di sole mi ha trafitto... facendomi innamorare).

Sto bene su questo piccolo tavolo stortignaccolo, recuperato in un mercato delle pulci e passato solo con una mano di vernice trasparente. A me piacciono gli oggetti "con le rughe", quelli che hanno avuto una vita e non se ne vergognano. Ma non tutti sono del mio avviso.
Mia madre, per esempio, non si dà pace.
"Guarda che bello, mamma, questo tavolo avrà avuto almeno tre vite..."
"E proprio tutte a te doveva venire a raccontarle?!?"


ciotole e posate

D'altronde che ci posso fare se io e gli oggetti botox-free ci piacciamo? Le posate, per esempio... Ne ho una collezione che sarebbe improprio chiamare "servizio": una diversa dall'altra, ma tutte rigorosamente ammaccate. Però funzionano a meraviglia... e poi mi ci affeziono. Le scelgo tra quelle più scalcagnate, quelle gettate in un angolo e tutte annerite che le signore si guardano bene dal toccare per non sporcarsi le mani. Costano molto meno, e poi: volete mettere il gusto della scoperta?

Le ciotole sono un altro capitolo della mia credenza: nuove, ma praticamente tutte uguali. Non faccio apposta, anzi mi impegno per cercarle diverse. Ma quando torno a casa sono identiche alle altre, se non fosse per quella lieve sfumatura di colore...


pentole e coperchi...

Poche pentole, ma come si deve: senza spendere cifre folli. La mia preferita? Quella di ghisa, pagata 30 euro a una svendita perché senza blasone: funziona a meraviglia, dall'agnello stufato al pane. E poi, se proprio devo dirvela tutta, io la trovo elegantissima in quel tubino nero senza firme alla moda.
Seconda in classifica la mia adorata pentola da risotto d'alluminio pesante (mensola al centro, sotto il colapasta bianco): non potrei vivere - né mantecare - senza...

In questa casa le pentole stanno dietro la porta a sinistra della mia mini-scrivania da bistrot: non c'è una stanza, ma una nicchia che funziona da credenza. Ha avuto bisogno di un po' di make-up, ma quale signora gira senza un filo di trucco? (stuccature e pennellate a cura della sottoscritta, ça va sans dire...)

Hey?... lo vedete quel barattolo di latta sul primo scaffale in alto? E' lì che tengo i miei stampini per biscotti... Siccome continuo a comprarne, farceli stare tutti è un esercizio di incastro, una cosa molto zen che richiede equilibrio e pace interiore. Perciò non rispondo al telefono, quando ripongo i miei stampini per biscotti. Sappiatelo...


mestoli, mensole, marmellate
low-tech kitchen...

Ora, non vorrei deludervi... ma la mia dotazione di elettrodomestici da cucina è davvero ridotta all'osso. Il mixer è vintage (ma non di quelle riedizioni che vanno di moda adesso... è proprio stagionato di suo), il frullatore ad immersione è ultra-basic, l'impastatrice, la macchina dell'espresso e quella del pane non esistono. Le fruste elettriche sono nell'altra cucina (alzo le mani: è un altro post...). Insomma: avete capito che quando vi racconto che monto tutto a mano faccio sul serio. E infatti continuo a comprare fruste d'acciaio... e piccole pinze da bucato di legno, per tenere bene in vista il foglietto con le dosi...

Lo spazio dedicato alla lavastoviglie è... minimal. Per la verità, è minimal anche la lavastoviglie, a bassissimo consumo energetico (perché noi siamo di quelli che chiudono il rubinetto, mentre insaponano i piatti...). Insomma: se non forse per il Mac, che alza un po' il tono dell'ambiente, la mia sarebbe una cucina irrimediabilmente low-tech... senza alcun rimpianto.

Quanto alle mensole, sono le stesse della vecchia cucina sotto una mano (anzi due) di smalto bianco latte.


di ritorno dal mercato...

Fino a qualche settimana fa, la nostra cucina sapeva di tutto fuorché di cucina. Qualunque materiale edile maleodorante passasse dal portone pareva concentrare i suoi effluvi proprio qui. Nessuno ha mai capito se si trattasse di un vortice d'aria che si formava in corridoio (spiegazione quasi scientifica) oppure di uno di quegli scherzi di Agostino ai quali ci stiamo ormai abituando (spiegazione niente affatto scientifica, ma certi giorni va bene...).

In ogni caso, aver sostituito lo smalto a solvente con il basilico è uno di quei piaceri dal valore inestimabile. L'importante è non dimenticarselo nella sporta fino al giorno dopo: sviene... anche a termosifoni spenti.

Joan con ciliegie

E questa non è un'offerta votiva al nume tutelare della casa... E' solo che non abbiamo ancora deciso dove appendere i quadri, e Joan ha trovato posto qui: tra i libri di cucina, le farine e il cesto dei tovaglioli. Anche lui riscattato a basso costo da una pulciosa vita di strada sempre sull'orlo del cassonetto, è ospite in casa nostra da ormai parecchi anni. Il suo non è quel che si direbbe un profilo perfetto e la coiffure è certamente démodé, ma io lo trovo simpatico: non è detto che non lo promuova a santo patrono delle mie pagnotte...

Le ciliegie provengono invece dalla mia gita al mercato rionale: io me ne sono già mangiate mezzo chilo, queste sono per voi. Che se siete arrivati fin qui è perché - in fondo - questa cucina la sentite anche un po' vostra. Perciò consentitemi di dirvi grazie: siete dei lettori meravigliosi. Tanti post pieni di polvere e acqua ragia e nemmeno uno che se ne sia lamentato...

Saluti e baci,

S.

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Hanno lavorato a questa cucina...
Mobili contenitori: il falegname ballerino.
Luci: l'elettricista intermittente (appare e scompare quando vuole lui...).
Smalti: premiata ditta "d'Aubergine - Cucina con Traslochi" (tuttora impegnata ad accudire la smorfiosa libreria).

venerdì 20 maggio 2011

Biscotto di Savoia

biscotto di savoia

Abbiamo domato la libreria. Quella stangona smorfiosa che si inchinava al mio passaggio ha finalmente smesso di oscillare: le hanno messo i tacchi. Anzi, le zeppe (pare sollevino morale e visuale non solo alle signore, ma persino ai mobili: purché femmine...)

Così adesso, accessoriata all'ultima moda, la signora libreria ha riacquistato definitivamente il suo naturale portamento. Dritta come un fuso, spalle al muro, si è rassegnata a fare il suo mestiere. Ed è nuovamente un viavai di libri che tornano sugli scaffali dopo l'ennesimo passaggio dei falegnami.

Sono felice e ammaccata: le spalle pesanti per via del su e giù dalla scala con pile di volumi tenuti fermi con il mento. E un livido violaceo sulla mano destra: perché, pur di non dare martellate, uso il mio pugno migliore per incastrare al loro posto le barrette reggimensola. Sbeng, sbeng! ... Due colpi e il gioco è fatto. Sono otto colpi a mensola, le mensole sono quindici, e le ho spostate cinque volte... giusto per farvi capire di che colore è la mia mano.

Però va tutto più che bene: sono persino sopravvissuta al Bloggerterremoto di una settimana fa. Vedevo pezzi di blog che scomparivano e io non ci potevo fare niente: ero senza computer e lontana da casa... A Parigi niente velluti, né tempeste di neve, né tassisti villani questa volta. Solo una corsa di baristi nel Marais: tutti con un vassoio con su una bottiglietta di aranciata e un bicchiere pieno a metà, sgambettando follemente per le vie del quartiere. Molti fidanzati di baristi a bordo pista: incitavano, fotografavano, lanciavano baci. E per favore non fate quelli che si scandalizzano: il Marais è il Marais, apparenti incongruenze che trovano un equilibrio, rabbini e lustrini che si mescolano. A me piace anche per questo: per la gioiosa libertà che si respira e per i pani yiddish di Monsieur Finkelsztajn.

Ho anche trovato un nuovo fornitore di velluti, un tipo originale che gira con una specie di Smart con dei bastoni per tende che escono dalla capote. Quando l'ha visto mio marito, sterzare a tutta velocità sotto la scalinata del Sacré Coeur, ha fatto un balzo indietro e ha detto: "Ma chi è questo matto?!?".
Io l'ho salutato con la mano. "E' mio amico - ho detto - ci passiamo più tardi a ritirare dei pacchi..."
Lui mi ha guardato senza dire una parola, ma si capiva benissimo cosa voleva dire: "Io non posso stare tranquillo quando vieni da sola qui...".

Così, per ricordargli che invece tranquillo ci può stare, di nuovo a casa ho tirato fuori il mio stampo da kugelhupf: e ci ho fatto un Biscotto di Savoia. Un dolce che a vederlo non gli dareste un soldo di fiducia, perché ha tutta l'aria di essere noioso, senza troppa personalità... E invece, sotto quella scorza di zucchero e farina di patate, nasconde un'anima sorprendente, un cuore tenero e gentile.

A me piace cuocerlo nello stampo con le scanalature e il buco al centro: perché ogni volta è una sfida farlo uscire dal forno così alto senza un grammo di lievito. Una sfida, come quella della normalità nella vita di tutti i giorni: per vincerla basta stupire senza travolgere. Come il Biscotto di Savoia...


INGREDIENTI

uova: 6
zucchero semolato fine: 220 gr
fecola di patate: 180 gr
acqua di fior d'arancio: 1 cucchiaio

Accendete il forno a 180°. Imburrate uno stampo da kugelhupf e buttateci un cucchiaio di zucchero facendolo aderire alle pareti.

Sgusciate le uova separando i tuorli dagli albumi (fate in modo che in questi ultimi non ci siano tracce di tuorlo, altrimenti non monteranno bene).

Montate i tuorli con 2/3 circa dello zucchero: potete farlo con le fruste elettriche o a mano (come faccio io), l'importante è che non vi fermiate finché non li vedete gonfi, spumosi e quasi bianchi. A questo punto aggiungete l'acqua di fior d'arancio.

Montate a neve fermissima gli albumi con il resto dello zucchero.

Aggiungete la fecola ai tuorli, poca alla volta facendola cadere da un colino. Amalgamatela con delicatezza per non smontarli (ognuno ha la sua tecnica: io uso una frusta d'acciaio, che faccio roteare su se stessa mentre sollevo il composto con movimenti ampi dall'alto verso il basso.. non è difficile, rileggetevi lentamente la frase e cercate di visualizzare: si può fare... e funziona!). Quando vedete che il composto si asciuga, aggiungete un po' di albumi montati, sempre con lo stesso movimento. Continuate così, alternando aggiunte di fecola e di albumi.

Rovesciate nello stampo e infornate il vostro Biscotto di Savoia per 30-40 minuti, sempre tenendolo d'occhio: deve diventare di un colorino lievemente ambrato (color Pan di Spagna, tanto per intenderci), e non deve asciugarsi troppo sennò perde morbidezza. Se non siete sicuri della cottura, dopo i primi 20 minuti potete aprire delicatamente il forno e controllare premendo la superficie con un dito (non si accettano reclami in caso di ustioni).

A fine cottura, tenetelo cinque minuti nel forno spento con lo sportello aperto, poi sformatelo su una griglia da pasticciere.

Potete guarnire il vostro biscotto di Savoia con un soffio di zucchero a velo e mangiarvelo così, appena fatto: leggero e impalpabile, perfetto con un té o una tisana. Se invece cuocete il composto in uno stampo rotondo di quelli bassi, otterrete una base perfetta per torte da guarnire con tutte le creme che volete. Ma questo è un altro (e forse non solo "un" altro) post...

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Il profumo? Ve lo scegliete voi...
In alternativa all'acqua di fior d'arancio potete usare della buccia di limone grattugiata, oppure i semi di una bacca di vaniglia. Per la verità, potreste pure utilizzare una bustina di vanillina (di quelle che abbiamo in casa tutti...), ma non ditelo in giro: pare che non faccia troppo fine, di questi tempi.

Il cucchiaio di zucchero che fa la differenza...
... è quello che utilizzate per lo stampo. Rende la superficie del Biscotto asciutta e leggermente friabile: un contrasto meraviglioso con quell'interno tanto soffice. Provateci.

"Biscotti" di Savoia
Troverete tante ricette del Biscotto di Savoia. In genere, il rapporto tra fecola e zucchero è di circa 1 a 1.5: vale a dire che la quantità di zucchero è una volta e mezzo quella della fecola. Ma io le trovavo sempre troppo dolci, e anche un po' troppo ricche di uova. Così, sfornata dopo sfornata, ho messo a punto quella che è la mia "proporzione aurea" del Biscotto di Savoia: meno zucchero rispetto alla fecola, e meno uova rispetto alla quantità di ingredienti asciutti. Insomma: una versione meno dolce e più leggera di una torta già di per sè leggerissima (non solo perché è soffice, ma anche perché non ha un grammo di burro). Che viene in genere utilizzata come torta da farcire e invece ha una sua dignità, soprattutto appena sfornata. Credetemi: libero da orpelli e accessori quali creme, panne e farciture di ogni ordine e grado, con la sola compagnia di una tazza di té il tranquillo Biscotto di Savoia riuscirà a farsi ricordare...

Anche le torte hanno famiglia
Sarà che sono appena tornata dal Marais, sarà che tanto si discute di cosa è una famiglia... Ma mi sono accorta (a scoppio ritardato) che anche il Biscotto di Savoia ha un fratello, che è nientepopodimenoche... il signor Pan di Spagna! Stessa leggerezza, stesso understatement (che poi sarebbe l'arte di essere di qualità senza troppo darlo a vedere...), stessa capacità di accompagnarsi a creme, panne e compagnia varia pur essendo in grado di cavarsela benissimo da solo. Ma la caratteristica che davvero li accomuna è quell'innato senso di sfida alla forza di gravità per cui entrambi si sollevano senza bisogno di lievito. E poiché io sono una ragazza che ama le sfide e tutti quelli che alle sfide non si sottraggono, beh... li adoro!
Perciò, per chi di voi volesse cimentarsi, ricordo che c'è anche la ricetta del Pan di Spagna in questo blog (con una storia che più "sfida" non potrebbe essere...)

mercoledì 11 maggio 2011

Fragole & peperoni dip

Per tutti quelli che non si scandalizzano se chiamo un dip "intingolo", arrostisco le fragole, e le mescolo a cipolla e peperoni...

fragole & peperoni dip

Ammettiamolo: c'è uno smodato interesse per il cibo e la cucina, di questi tempi. Tutto ciò che ricade nella categoria food è diventato terribilmente di moda.

Cuochi e food writers hanno preso il posto dei grandi sarti di una volta: osannati, coccolati, imitati. Spesso anche "patinati": nel senso che passano più tempo sulle pagine dei giornali che con le padelle in mano...

Assurti al ruolo di star planetarie del terzo millennio, dispensano al loro pubblico di fans - organizzati in cenacoli di adepti - pillole di saggezza, diffuse via etere dagli schermi tv o elegantemente distillate in raffinati volumi da collezione. Così ricette, tecniche, vocaboli (e talvolta anche qualche insulso manierismo...) viaggiano senza conoscere confini: perché al giorno d'oggi se un food guru parla, parla al mondo.

La globalizzazione in cucina ha tra i suoi effetti la proliferazione di categorie concettuali nuove: un'effervescenza filosofica senza precedenti nell'ambito dell'arte culinaria.

Pensiamo alla fortuna del finger food. Un tempo esistevano semplicemente gli antipasti (e tutti seduti a tavola). Poi c’è stata l’era dei buffet (e per anni non c’è stato verso di farsi invitare a una cena placée). Infine sono arrivati gli aperitivi e, in un paio di stagioni, dalle ceneri delle patatine&noccioline (che era effettivamente ora di mandare in pensione) è nato il finger food: tutto ciò che si può – anzi si deve – mangiare con le mani.

Messo giù così è un concetto tanto ampio da comprendere di tutto: dalle tartine al pesce fritto. Tanto che ormai ci spacciano per finger food pure la trippa, il baccalà o i fagioli con le cotiche: purché graziosamente accomodati in fichissimi cucchiai monodose...

Lo stesso dicasi per il dip, composto cremoso che serve a condire i cibi non “ricoprendoli” (perché allora sarebbe una salsa) ma "accogliendoli”. In poche parole, se una salsa avvolge le vostre polpette (e difatti è semi-liquida), un dip aspetta che voi ce le intingiate (ed è perciò più cremoso). Diciamo che la prima ha una vocazione all'azione, mentre il secondo è per sua natura attendista. Verdure, polpette, bastoncini di formaggio, crackers: tutto si può intingere in un dip, che non a caso è l'accompagnamento del finger food per eccellenza.

Ma attenzione alla questione della consistenza, che non è affatto barbina. Perché se vi sfugge la mano e il composto vi esce fuori un po' più denso, il vostro dip si trasformerà inesorabilmente in uno spread: cioè qualcosa che dovrete necessariamente “spalmare” sul vostro cracker.

Dunque, se la differenza tra salsa e dip sta nel fatto che la prima è mobile e il secondo è lì fermo ad aspettare, quella tra dip e spread è sottile come la lama di un coltello: se dovete servirvene non ci son santi... trattasi di spread.

Per vostra tranquillità, sappiate che il passaggio non è irreversibile: basterà un po’ di liquido per ammorbidirlo e farlo tornare dip. Che era il composto che volevate. E che forse potremmo semplicemente chiamare “intingolo”... come avrebbe fatto mia nonna.


INGREDIENTI

fragole: 500 gr (ve ne serviranno 400 gr pulite)
peperoni rossi: 1 grande (ok, non è una misura... la prossima volta li peso)
cipolle bianche fresche: 1
aceto balsamico: 2-3 cucchiaini
sale fino
pepe (se vi piace)

Accendete il forno a 180-200° e preparate una larga pirofila rivestita di carta forno.

Mondate le fragole, sciacquatele velocemente sotto l'acqua, asciugatele e pesatene 400 gr. Lavate il peperone, asciugatelo e tagliatelo in quattro spicchi.

Disponete le fragole tagliate a metà e le falde di peperone nella pirofila (devono starci ben comode, cercate di non sovrapporle). Infornate e fate cuocere senza mescolare per 30-40 minuti: le fragole devono perdere il loro succo senza disfarsi, e il peperone dev'essere appena tenero. Fate raffreddare e private il peperone della pelle.

Mentre le fragole e i peperoni sono in forno, pulite la cipolla, tagliatela a metà e tenetela a bagno in acqua fredda: poi asciugatela e fatela a cubetti più fini che potete (veri cubetti... voglio dire: non tritatela, perché perderebbe tutto il succo e diventerebbe una poltiglia).

Mettete le fragole con il loro succo nel bicchierone del minipimer, aggiungete il peperone spellato a pezzetti, un pizzico di sale e lavorate per pochi secondi (non dovete fare un omogeneizzato per la prima infanzia...). Poi aggiungete un paio di cucchiai di cubetti di cipolla e lavorate ancora un paio di secondi.

Aggiungete l'aceto balsamico, mescolate e mettete a riposare in frigo (in un contenitore sigillato) per almeno una notte.

Potete accompagnare il dip di fragole e peperoni a quel che volete voi. Le mie preferenze sono, nell'ordine: verdure crude (sedano e ravanelli in testa alla classifica), bastoncini di pane tostato e spennellato d'olio, crackers e biscotti salati, formaggio. Detto tra noi, potete anche mangiarvelo a cucchiaiate o perfino intingerci il dito, tra un ravanello e l'altro: ma dovete assolutamente essere soli in casa. E avere l'ultima trouvaille su Amazon da finire di leggere...


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Un dip non è un modo per riciclare fondi di frigorifero
Come per tutte le preparazioni semplici, l'impiego di ingredienti di qualità e essenziale. Scegliete fragole e verdure freschissime e croccanti: la scusa che tanto finiscono in forno e sotto le lame del minipimer non regge. Rovesciando la prospettiva: non sognatevi di smaltire in questo modo quel cestino di fragole mollicce rimasto in fondo al frigo. Né l'ultimo peperone esanime...

Sale solo a rate
Non è uno scioglilingua: voglio solo ricordarvi che il sale, in questo genere di creme preparate a freddo, si scioglie con il tempo. Cioè voi lo mettete, lui ci mette una notte a dissolversi, e solo il giorno dopo capite di avere esagerato. Perciò fate attenzione: salate un po' meno di quel che vi sembra necessario. Per aggiustare il tiro c'è sempre tempo.

Peperoni
Infilarli nella pirofila con le fragole non è solo un sistema per risparmiare tempo: vi garantisce che escano dal forno senza il minimo accenno di bruciacchiatura. Scordatevi quel colorino ambrato dei peperoni caramellati in forno: qui non serve.

Dip = concetto a dosi variabili
Questa è una di quelle non-ricette che piacciono a me: perché ha un potenziale di democrazia culinaria di tutto rispetto. Cioè, l'idea è di mettere insieme questi ingredienti preparati in questo modo. Ma quanto all'equilibrio tra sapori, dovete vedervela voi: dipende da quanto profumano le vostre fragole, da quanto è denso il vostro aceto balsamico, da quanto amate la cipolla... (ogni resoconto delle vostre sperimentazioni è benvenuto).

Questo non è il vostro dip? Non arrendetevi!
Qui ne abbiamo una lista a disposizione. Che potrebbe trasformarsi nel menu del vostro prossimo dip dinner party...

- chutney di fichi all'aceto balsamico
- tapenade di olive nere e fichi secchi
- "la vie en rose" dip
- fave & pecorino dip
- clorofilla dip
- hummus no-problem
- crema di peperoni con pomodori secchi
- tzatziki
- crema alla senape
- caviale di melanzane e cicorino

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Infine: faccio outing…
Confesso: l’ho fatto. Cosa? Accettare di partecipare a uno "show coking"
Non è una parolaccia: vuol dire che c’è un grande chef che cucina - su un palco e davanti alle telecamere - mentre qualcun altro gli fa delle domande, scatta delle foto, chiacchiera un po’ con lui.
Non avevo mai detto sì a una cosa del genere: la mia naturale riservatezza mi ha sempre indotto a fare un passo indietro in certe occasioni. Stavolta invece ho deciso che era ora di metterci piede in questo mondo “food” al quale mi affaccio sempre e solo dalla mia blogfinestra. In tutta sincerità, non ci avrei scommesso neppure una crostata bruciacchiata: invece mi sono persino divertita. Pensiero serale: "Ogni tanto una passeggiata oltre lo schermo del computer si può anche fare. A piccole dosi...". Questo il film che è andato in onda:

Lombino d’agnello glassato ai primi fiori, asparago di Mezzago, viole e crumble di nocciole e uvetta
Interpretato da: Giancarlo Morelli (Osteria del Pomiroeu)
Attori non protagonisti: Sabrine d’Aubergine (Fragole a merenda), Sarah Brunella (Fragole e limone)
Girato a: Tuttofood – Milano World Food Exhibition
Regia: FIPE - Federazione Italiana Pubblici Esercizi
Segreteria di produzione: Francesca Martinengo

Non ho foto da mostrarvi: ero di corsa e la reflex l’avevo lasciata a casa. Però potete andarvene a vedere un po’ sul post di Sarah. Di mio ci sono solo quattro dita della mano sinistra: la mia riservatezza ne è uscita salva anche stavolta…
Un grazie a Giancarlo Morelli (che brilla non solo per la sua stella Michelin), e alla FIPE per l’invito. E un saluto a Sarah, che mi ha fatto piacere conoscere.

mercoledì 4 maggio 2011

Vellutata di carote e mele al forno

vellutata di carote e mele

Le prime avvisaglie si sono manifestate al mio ritorno a casa: camminavo per la stanza e mi pareva che le pareti si muovessero, quasi oscillassero al mio passaggio.

Sulle prime ho pensato alla stanchezza: ero reduce da dieci ore in aeroporto per un guasto all'aereo. E per vincere la noia le avevo impiegate informandomi su ogni possibilità di risarcimento in casi del genere (ormai so a memoria la carta dei diritti dei passeggeri, il numero dell'ENAC, e un paio di indirizzi web di società aeroportuali).

La mattina dopo, quando entrando e uscendo di corsa ho riavvertito la stessa sensazione, ho pensato ad Agostino. "Vuoi vedere che mi devo rassegnare all'esistenza di un fantasma?" mi son detta tra me e me mentre scendevo di corsa le scale. Poi la giornata è filata via e me ne sono dimenticata.

Finché ieri ho deciso che il momento tanto atteso era arrivato: ho aperto i primi nove scatoloni. E ho avuto la certezza di non avere le traveggole. Due ore dopo, presa in un vortice di pensieri gonfi di grigio come le nuvole di un temporale, ero al telefono col falegname. "Si è seduta, signora...", è stata la sua diagnosi via cavo. E ho chinato la testa come se chicchi di grandine scrosciassero dal soffitto.

Voi lo sapevate che anche le librerie si siedono? Io no... e per favore non ditemi che la notizia vi lascia indifferenti: abbiate almeno riguardo del mio profondo sconforto. Perché oggi sono una povera signora piegata dall'accanirsi del fato avverso e con un tasso di ottimismo in caduta libera.

Quell'impiastro di libreria fatta costruire apposta perché l'altra non c'è stato verso di farla entrare in casa. Quella che si era ristretta come un maglione contrifugato per cui han dovuto rifarle le ante. Quella che mi sono pitturata, carteggiata e incerata con le mie manine da lavoratore edile... Beh, proprio quella libreria lì: adesso si permette di vacillare sotto il peso dei miei libri!
Per l'esattezza, la casa è talmente vecchia (ooops!... "antica"... fa più fine) e tutta storta che, nonostante me l'avessero montata a perfezione, dopo un mese si è adeguata al pavimento: e si è storta pure lei. Pende in avanti di tre dita dal muro, e siccome le vecchie case sono elastiche quando cammino lei lievemente ondeggia: si inchina al mio passaggio... E poi ditemi se questa non è una presa per il... naso (un certo aplomb ci vuole, anche in frangenti travagliati).

Perciò oggi il ramo para-edile della premiata ditta "d'Aubergine - Cucina con Traslochi" è chiuso: a malincuore ho sospeso l'apertura degli scatoloni, che mi piaceva così tanto. Perché riprendere in mano i propri libri uno a uno è un po' come rileggerli tutti: riaffiorano nozioni, ricordi e nessi logici. La mente vaga senza sforzo tra una materia e l'altra, lucida e leggera. E nonostante i mesi passati a sniffare trementina, la sensazione di riscoprire (quasi) intatti i miei neuroni è una piacevole, rassicurante certezza.

Adesso mi sento come se avessi un muro nella testa, che mi divide il cervello in due: una metà effervescente, su questioni di Economia, Diritto, Storia delle Religioni, Antropologia & Femminismo; e una metà addormentata, perché ancora orfana delle sezioni Storia, Politica, Letteratura, Filosofia. E Giardinaggio. Solo la sezione Cucina fa bella mostra di sé sugli scaffali della credenza, già da settimane: con tutta evidenza, anche i libri sanno essere terribilmente sfacciati...

Perciò questo è un post che non avrei voluto (dovuto?) scrivere: perché ognuno ha i suoi problemi e non è che leggere online quelli degli altri sia uno sport propriamente rilassante. E perché detesto le persone lamentose, anche quando a lamentarmi sono io.

Poi però mi sono detta che un blog deve in fondo riflettere una vita, in tutte le sue sfaccettature. E una vita non è mai tutta rosa: per esempio, la mia oggi è grigio ardesia con sfumature di arancione carota. Lo so, è un accostamento un po' azzardato: ma come potrei riequilibrare lo sconforto per quella mia dispettosa libreria se non ricorrendo a una delle mie vellutate "da signorina"?

Perciò il ramo culinario della premiata ditta non ha alcuna intenzione di incrociare le braccia: anche se si tratta di tirar fuori pentole e mestoli per una sciocchezzuola a base di carote e mele (ve lo confesso, persino un po' vecchiotte...).

Oggi va così. Ma verrà il giorno - presto, me lo sento - in cui potrò gridare al mondo "E' nata una cucina!". E fa niente se non ci sarà il mondo ad ascoltarmi: io sarò felice lo stesso.
Vorrà dire che avrò tutti i miei libri in ordine, e anche l'altra metà del cervello in piena effervescenza. Che dal mio forno non usciranno solo pagnotte e biscotti, ma sarò tornata a cucinare verdure. Che avrò tempo di sdraiarmi sul divano, anche solo cinque minuti la sera. Che avrò deposto i pennelli e potremo finalmente tornare a parlare d'altro, io e voi...

E che la mia testardaggine nel portare avanti questa dissennata avventura di tastiera e di fornelli - questa mia doppia vita da foodblogger - avrà avuto la meglio su tutto. Su ogni sorta di accidente karmico capace di scatenarsi tra le mura domestiche. E su tutti i luoghi comuni che vorrebbero per le signore passatempi di ben altro genere...

Saluti e baci,

S.


INGREDIENTI

carote: 500 gr
mele: 2 (sceglietele dolci)
patate: 2 piccole
porro: 1 (solo la parte bianca)
zucchero di canna: 2 cucchiai
olio extra vergine di oliva: 2 cucchiai
brodo di pollo:
1/2 litro (o, in alternativa, del granulare vegetale)
sale
pepe (oppure cumino, o curry)

Accendete il forno a 180-200° e rivestite una pirofila di carta forno.

Mondate le verdure, sbucciate le mele, lavate e asciugate tutto e mettetelo a pezzi non troppo grandi nella pirofila.

Salate appena, cospargete con lo zucchero di canna e irrorate con un paio di cucchiai d'olio.

Cuocete in forno caldo per circa tre quarti d'ora, o finché le verdure non sono tenere e dal colore lievemente ambrato. Mescolatele spesso e fate attenzione a non bruciacchiarle (se vedete che si asciugano troppo e il rischio carbonizzazione è in agguato, aggiungete qualche cucchiaio d'acqua).

Quando saranno tenere toglietele dal forno, mettetele in una pentola con il brodo di pollo (o con dell'acqua nella quale avete sciolto il granulare vegetale) e portate a bollore. Fate andare per una decina di minuti, perché il brodo prenda un po' del sapore di verdure, poi frullate tutto con il minipimer e aggiustate di sale.

A questo punto vi si aprono tre strade, tutte ugualmente interessanti: la via del pepe (se avete voglia di una vellutata "briosa"), quella del cumino (se amate il profumo della tradizione), e quella del curry (se volete osare con un tocco di esotismo). Io ho optato per la prima, con l'ausilio di un filo d'olio crudo e una spolverata di pecorino dolce. Ma vi assicuro che vale la pena di tentare anche le altre... Infine: una fetta di pane buono appena tostato ci vuole: quale che sia la via che avete scelto di percorrere.
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