lunedì 28 febbraio 2011
Il peccato di Eva: dalla mela al foodblog
Ieri, all'improvviso, la mia pagina da neofita su Facebook mi ha rimandato gli echi di un dibattito tra foodbloggers. Al centro dell'attenzione un articolo, uscito su un quotidiano online, che raccontava il mondo del foodblogging al femminile. L'ho letto e non era un brutto articolo: citava blog molto seguiti e molto seri e bloggers molto brave. Ma era corredato da foto di bassissima lega, da fiera del trash.
Per ironia della sorte il pezzo era firmato da una donna. Voglio sperare che le immagini non le avesse scelte lei ma che fossero il frutto di un'incauta ricerca d'archivio, fatta per strizzare l'occhio a quel pubblico di guardoni internettiani che numeroso popola la rete e che produce valanghe di clic. Però l'autrice avrà pure avuto il modo di visionarle e di accorgersene ben prima di tanti lettori...
Su un'operazione del genere ci sarebbero parecchie considerazioni da fare. Mi limito a un paio. La prima è che per parlare di brave foodbloggers - ragazze che sfornano foto e crostate con eguale perizia e creatività - una scelta iconografica di più alto profilo sarebbe stata consigliabile. Non foss'altro per non sfigurare al confronto...
La seconda - tanto ovvia ma tanto attuale (siamo ancora così retrogradi?...) - è che, con tanti chef di grido di sesso maschile, a nessuno è mai venuto in mente di presentare un uovo fritto a ridosso del pube depilato di un aspirante-Oldani sdraiato (chi ha visto quelle foto sa che non sto inventando).
Chissà perché per parlare di signore che cucinano la scelta cade su foto di altre signore, apparecchiate come buffet, con levigate nudità a fare da tovaglia e foglie di lattuga abitate da gamberoni disposte... senza alcuna fantasia. Suvvia, almeno un po' di creatività! Perché guardate che noi foodbloggers le apparecchiature sciatte le sgamiamo a prima vista. E il gamberone sulla foglietta d'insalata l'abbiamo superato da un pezzo.
Mi rendo conto che si rischia di apparire delle "vetero-qualcosa" a ragionare in questi termini: qualcuno dirà che non ho colto la sottile ironia di quelle immagini. E mi aspetto pure che nelle file di questi spiritosi ci sia qualche signora. Del resto - diciamocela tutta - il campionato delle volgarità è ormai per ambo i sessi: e non è che sian sempre e solo i maschi a vincer lo scudetto...
Ma qualcuno mi spieghi, per favore, cosa c'è di moderno e spiritoso in tutto ciò. E soprattutto - nel caso specifico che è quello che mi interessa - cosa c'è di veramente rappresentativo dell'universo di cui si parla: che non è popolato da signorine discinte che si contorcono al cospetto di una banana o protendono voluttuose la lingua dinanzi a ogni cono gelato, ma da donne che hanno la passione della cucina e la vogliono condividere e comunicare. Spesso con grande capacità.
La cosa di per sé non farebbe affatto ridere, ma qualche risvolto comico (suppongo involontario) ce l'ha. Forse alla redazione non avevano spiegato che nessuna foodblogger scambierebbe del cioccolato fuso per una crema autoabbronzante: cuciniamo parecchio - sapete - ma siamo pur sempre delle ragazze e le creme le distinguiamo bene. E non immaginate nemmeno che con banane e cioccolato riusciamo a concepire cose ben più ardite di quelle così poco originali rappresentate dalla foto scelta per l'articolo in home page.
Il mondo delle foodbloggers è un universo variegato: c'è spazio per tutte, ciascuna col suo modo di presentarsi e di comunicare. Ci sono un sacco di donne in gamba dietro i blog, e operazioni del genere non rendono ragione del loro lavoro di cucina, scrittura e fotografia.
Spero di non averla fatta troppo lunga. Ma quelle foto mi sono indigeste... e siccome alla cultura del cibo e alla buona cucina ci tengo, mi fanno l'effetto del junk-food: spazzatura spacciata per roba commestibile.
Rappresentare le donne con tanta povertà di espressione è solo un vecchissimo esercizio di ignoranza: semplicemente, stavolta è toccato alle foodbloggers.
Ma mi chiedo se non sarebbe ora di raccontare certe operazioni furbette senza regalare valanghe di clic.
Forse andrebbero solo liquidate con un'alzata di sopracciglio, con un ideale solenne pernacchio alla Eduardo... e poi ignorate.
Anche se una cosa mi piacerebbe ricordarla. Ed è che ne abbiamo fatta tanta di strada, noi ragazze, dai tempi di Eva: abbiamo imparato parecchio da quel primo incidente con la mela. Quel morso ci è costato un sacco di guai. Ma oggi conosciamo innumerevoli ricette per rendere una mela inoffensiva: soprattutto da foodbloggers...
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L'articolo in questione
E' apparso in data 26.02.2011. Fino a ieri pomeriggio le foto erano 18, delle quali alcune piuttosto "rozze". In serata le più volgari erano scomparse, segno che qualcuno dev'essersi accorto di avere esagerato. Le peggiori immortalavano due corpi femminili nudi, apparecchiati rispettivamente con delle uova fritte e con del pesce crudo: nessun ritratto artistico credetemi, erano foto qualitativamente brutte e molto becere. Per il resto, una pletora di fanciulle alle prese con gelati, fragole e banane, alimenti a quanto pare piuttosto ricercati da un certo pubblico...
Un saluto, con tanta stima...
...a tutte le foodbloggers citate nell'articolo, che non c'entravano - evidentemente - niente con quella infelice selezione di immagini.
E anche a tutti i foodbloggers di sesso maschile: ce ne sono tanti e bravi. Con loro è un piacere collaborare e scambiarsi esperienze, conoscenze e ricette... anche a base di mele.
... e una promessa:
la parentesi barricadera (che spero mi perdonerete) finisce qui. Da domani si torna a cucinarle, le mele. Con buona pace di tutti
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sabrine cuisine
giovedì 24 febbraio 2011
Gelatina di mele
Mio marito sostiene che io sia troppo "trasparente": nel senso che non so dire le bugie. E siccome quando non ho talento per qualcosa cerco di dedicarmi ad altro, non coltivo neppure l'arte di raccontarle.
"Ma perché mai devi dire sempre quel che pensi!" si dispera dopo certe mie uscite al fulmicotone. "Qualche bugiettina di tanto in tanto, di quelle a fin di bene, non potresti raccontarla pure tu?"
E allora io regolarmente prometto il massimo che mi riesce di fare, in certe situazioni: cioè tacere.
"Peggio!" si arrabbia lui. "Lo sai benissimo che hai la faccia che parla...".
Devo ammettere che ha ragione. Eppure non è stato sempre così: all'inizio della nostra storia lui ha pensato che io fossi una raccontafrottole. Di prim'ordine, per giunta.
Fine settembre: era il nostro primo appuntamento a due. Essendo lui uno studente fuori sede non automunito, mi ero offerta io di raggiungerlo per cena. In epoca pre-cellulare gli appuntamenti erano - di necessità - precisi: otto e mezza, in pieno centro, destinazione uno di quei ristorantini d'atmosfera nei quali si rischia di entrare da amici e uscire fidanzati. Nessuna possibilità di annunciare un eventuale ritardo.
E infatti io mi ero preparata per tempo, e avevo percorso quei venti chilometri con serafica lentezza: con la testa fra le nuvole, godendomi il panorama e quel cd che mio fratello aveva lasciato su mentre mi consegnava le chiavi della macchina e mi diceva: "Mi raccomando..."
In genere è mio marito che inizia a raccontare questa storia, e regolarmente con le stesse parole:
"Ero lì da tre quarti d'ora e mi ero convinto che non sarebbe più venuta: ormai stavo aspettando l'autobus. Quando all'improvviso la vedo da lontano, elegantissima che pareva Lady Diana: correva come una pazza.
Stavo immaginando cosa mi avrebbe raccontato per giustificarsi. Ero pronto a una di quelle classiche scuse, del tipo "c'era un ingorgo" oppure "mi è scappato il cane"... E invece lei arriva, tutta sudata e rossa in faccia, e mi dice: "Mi sono incastrata tra due alberi col surf..."
Io me la ricordo ancora benissimo la sua espressione stralunata, mentre cercava le parole senza riuscire a trovarle.
"?!?"
"Senti, mi dispiace moltissimo per il ristorante, ma io devo tornare subito al parcheggio: ci sono tre signori che mi aspettano, e ho garantito che avrei portato il quarto..." gli dissi mentre giravo i tacchi.
Lui mi seguì: sulla fiducia. Non aveva capito niente di quel che era successo (ne aveva ben donde...), e riusciva a malapena a starmi dietro mentre fendevo a ritroso la folla dell'ora del passeggio. Solo ogni tanto azzardava una domanda, prudente e trafelato.
"E' stato un incidente?"
"Nooo... ero al parcheggio" e dribblavo un passante.
"Hai lasciato un surf in un parcheggio?!?"
"No, ci ho lasciato la macchina... Piuttosto: spero che in cinque riusciamo a tirarla giù..." e acceleravo il passo.
"Giù?!? E da doveee?" gridava lui qualche metro più indietro.
"Faccio prima a fartelo vedere.. Dài!..."
"E se quelli non ti hanno aspettata?"
"Impossibile! Vedrai che saranno ancora lì..." gridavo correndo.
Infatti c'erano: tutti e tre. Più due vigili, un parcheggiatore, l'edicolante, e un nutrito capannello di curiosi. Tutti a bocca aperta davanti alla visione di una Renault sospesa a venti centimetri da terra. Per essere precisi: di un surf incastrato tra i rami di due alberi, attaccato mediante un porta-surf a una Renault sospesa a venti centimetri da terra.
I passanti si fermavano per chiedere spiegazioni. Alcuni elaboravano fantasiose teorie contrarie a ogni legge della fisica. Mi feci largo e mi presentai ai vigili in qualità di artefice di cotanto, mirabolante spettacolo da circo: ebbene sì, ero stata io e non un mago Silvan qualsiasi a far levitare quell'auto.
Non era stato poi così difficile: mi era bastato dimenticarmi di avere sul tettuccio una tavola che eccedeva le dimensioni della carrozzeria. E concentrarmi su quel parcheggio entro le righe gialle disegnate a terra, tra quei due tronchi con radici così grandi da sollevare l'asfalto... e chiome così avvolgenti da catturare l'estremità del surf di mio fratello e trascinare verso l'alto anche l'auto.
Me n'ero accorta dopo un paio di manovre, quando quella piacevole sensazione di aver la testa tra le nuvole si era estesa al resto del corpo: e infine al mezzo di trasporto. Partita da casa con il cuore leggero, ero arrivata a destinazione che nemmeno la forza di gravità riusciva più a tenermi coi piedi per terra. E poi dicono che l'amore non fa volare alto...
Per fortuna era l'ora del passeggio. E per fortuna quella era una città di mare. L'edicolante aveva due amici scaricatori di porto, due che come me sfidavano la gravità: ma per mestiere, e a forza di braccia. Ci vollero sei volonterosi energumeni e un buon quarto d'ora per disincagliare la macchina dai rami.
Avendo già fatto abbastanza, mi limitavo a osservare. Consideravo le somiglianze tra quel povero surf, che mai si sarebbe aspettato di lottare con i rami di un albero anziché con le onde, e quel poveretto riservato e schivo catapultato al centro di un capannello di curiosi in qualità di accompagnatore di una domatrice di automobili... Però, in fondo stavano entrambi vivendo un'esperienza straordinaria e inattesa: grazie a me. Che ero ancora vestita come Lady Diana, ma con una patacca di pneumatico sull'abito di seta.
Finì che ci arrivammo con un'ora e mezza di ritardo, in quel ristorantino: entrammo da amici. Quando ne uscimmo, avevo già preso in considerazione l'idea di soprassedere su un certo orripilante soprabito a forma di sacco che gli piaceva portare con disinvolta baldanza.
Quanto a lui, deve aver pensato che ero una ragazza irresistibile: due anni dopo ero sua moglie.
INGREDIENTI
mele: 1.5 kg (del tipo che preferite, purché non trattate)
zucchero semolato: 200-250 gr
limoni: 1
Lavate molto bene le mele e tagliatele in grossi pezzi (diciamo in otto spicchi, che poi dividerete in due o tre parti ciascuno), senza sbucciarle né eliminare semi o picciuoli.
Mettetele in una pentola d'acciaio e copritele di acqua fredda (un po' meno che a filo, diciamo un centimetro sotto le mele). Non importa se la vostra pentola è larga o stretta, se ha i bordi alti o bassi: l'essenziale è che le mele stiano ben compatte tra loro, senza galleggiare, e che il livello dell'acqua stia di poco sotto quello della frutta.
Fate cuocere a fuoco vivace e senza coperchio finché le mele non sono tenere ma non disfatte: ci vorranno circa 30-40 minuti (dipende dalla frutta che avete scelto).
Scolate le mele aiutandovi con un setaccio fine: raccogliete il liquido in una ciotola, metteteci sopra il setaccio con le mele dentro e lasciate scolare tutto il succo per benino, senza esercitare pressione sulla frutta.
Dopo qualche ora, rimettete il succo di mele nella pentola, fatelo bollire ancora 10 minuti (serve a concentrarlo un po' di più) e poi pesatelo: dovreste averne circa 650-700 gr a questo punto.
Pesate una quantità di zucchero equivalente al 30% del peso del succo di mele (ad esempio, per 700 gr di succo vi serviranno 210 gr di zucchero, per 600 gr 180 di zucchero, e così via...)
Spremete il limone e filtrate il succo.
Aggiungete lo zucchero e il succo di limone al succo di mela e continuate a far bollire a fuoco vivace per 15-20 minuti. O finché la prova piattino non vi dirà che la vostra gelatina è della consistenza giusta: cioè compatta, ma non troppo solida... gelatinosa, insomma.
Versatela in un vaso da marmellata finché è ancora bollente e lasciatela raffreddare. Si conserva per qualche settimana in frigo, coperta da una pellicola trasparente
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Non è una gelatina se non è trasparente
Il piacere di una gelatina deriva non solo dal profumo e dal sapore (e questa di mele è imbattibile su entrambi i fronti) ma anche dalla sua limpidezza, da quella consistenza gelatinosa e trasparente che la rende - appunto - gelatina. Perciò dovete far attenzione a un paio di cosette:
1. non cuocete le mele troppo a lungo, altrimenti si disfano perdendo pezzetti qua e là nell'acqua
2. quando le mettete nel setaccio, evitate di schiacciarle col cucchiaio per estrarne il succo più in fretta: rischiereste solo di far passare dalle maglie dei pezzetti di polpa.
Se non avete un setaccio fine...
...compratevene uno. A meno che non abbiate quel retino col supporto che gli americani usano per far scolare il succo della frutta cotta. Non esistono molte alternative a questi due sistemi se volete ottenere una gelatina di mele perfettamente trasparente.
Per la verità ci sarebbe il sistema della garza o dello strofinaccio pulito, ma funziona un po' meno. E solo a patto che non abbiate usato l'ammorbidente...
Cosa fare con la gelatina di mele?
Avete solo l'imbarazzo della scelta. Esattamente come la gelatina di melagrana, potete godervela sia in versione dolce (pane e burro salato) oppure come accompagnamento a cacciagione e carni arrosto (una cosa un po' "nordica", ma molto, molto buona...).
Altre ricette di frutta spalmabile:
- gelatina di melagrana
- marmellata di corbezzoli
- la marmellata di finte mirabelles
- marmellata di fragole allo zucchero scappato
"Ma perché mai devi dire sempre quel che pensi!" si dispera dopo certe mie uscite al fulmicotone. "Qualche bugiettina di tanto in tanto, di quelle a fin di bene, non potresti raccontarla pure tu?"
E allora io regolarmente prometto il massimo che mi riesce di fare, in certe situazioni: cioè tacere.
"Peggio!" si arrabbia lui. "Lo sai benissimo che hai la faccia che parla...".
Devo ammettere che ha ragione. Eppure non è stato sempre così: all'inizio della nostra storia lui ha pensato che io fossi una raccontafrottole. Di prim'ordine, per giunta.
Fine settembre: era il nostro primo appuntamento a due. Essendo lui uno studente fuori sede non automunito, mi ero offerta io di raggiungerlo per cena. In epoca pre-cellulare gli appuntamenti erano - di necessità - precisi: otto e mezza, in pieno centro, destinazione uno di quei ristorantini d'atmosfera nei quali si rischia di entrare da amici e uscire fidanzati. Nessuna possibilità di annunciare un eventuale ritardo.
E infatti io mi ero preparata per tempo, e avevo percorso quei venti chilometri con serafica lentezza: con la testa fra le nuvole, godendomi il panorama e quel cd che mio fratello aveva lasciato su mentre mi consegnava le chiavi della macchina e mi diceva: "Mi raccomando..."
In genere è mio marito che inizia a raccontare questa storia, e regolarmente con le stesse parole:
"Ero lì da tre quarti d'ora e mi ero convinto che non sarebbe più venuta: ormai stavo aspettando l'autobus. Quando all'improvviso la vedo da lontano, elegantissima che pareva Lady Diana: correva come una pazza.
Stavo immaginando cosa mi avrebbe raccontato per giustificarsi. Ero pronto a una di quelle classiche scuse, del tipo "c'era un ingorgo" oppure "mi è scappato il cane"... E invece lei arriva, tutta sudata e rossa in faccia, e mi dice: "Mi sono incastrata tra due alberi col surf..."
Io me la ricordo ancora benissimo la sua espressione stralunata, mentre cercava le parole senza riuscire a trovarle.
"?!?"
"Senti, mi dispiace moltissimo per il ristorante, ma io devo tornare subito al parcheggio: ci sono tre signori che mi aspettano, e ho garantito che avrei portato il quarto..." gli dissi mentre giravo i tacchi.
Lui mi seguì: sulla fiducia. Non aveva capito niente di quel che era successo (ne aveva ben donde...), e riusciva a malapena a starmi dietro mentre fendevo a ritroso la folla dell'ora del passeggio. Solo ogni tanto azzardava una domanda, prudente e trafelato.
"E' stato un incidente?"
"Nooo... ero al parcheggio" e dribblavo un passante.
"Hai lasciato un surf in un parcheggio?!?"
"No, ci ho lasciato la macchina... Piuttosto: spero che in cinque riusciamo a tirarla giù..." e acceleravo il passo.
"Giù?!? E da doveee?" gridava lui qualche metro più indietro.
"Faccio prima a fartelo vedere.. Dài!..."
"E se quelli non ti hanno aspettata?"
"Impossibile! Vedrai che saranno ancora lì..." gridavo correndo.
Infatti c'erano: tutti e tre. Più due vigili, un parcheggiatore, l'edicolante, e un nutrito capannello di curiosi. Tutti a bocca aperta davanti alla visione di una Renault sospesa a venti centimetri da terra. Per essere precisi: di un surf incastrato tra i rami di due alberi, attaccato mediante un porta-surf a una Renault sospesa a venti centimetri da terra.
I passanti si fermavano per chiedere spiegazioni. Alcuni elaboravano fantasiose teorie contrarie a ogni legge della fisica. Mi feci largo e mi presentai ai vigili in qualità di artefice di cotanto, mirabolante spettacolo da circo: ebbene sì, ero stata io e non un mago Silvan qualsiasi a far levitare quell'auto.
Non era stato poi così difficile: mi era bastato dimenticarmi di avere sul tettuccio una tavola che eccedeva le dimensioni della carrozzeria. E concentrarmi su quel parcheggio entro le righe gialle disegnate a terra, tra quei due tronchi con radici così grandi da sollevare l'asfalto... e chiome così avvolgenti da catturare l'estremità del surf di mio fratello e trascinare verso l'alto anche l'auto.
Me n'ero accorta dopo un paio di manovre, quando quella piacevole sensazione di aver la testa tra le nuvole si era estesa al resto del corpo: e infine al mezzo di trasporto. Partita da casa con il cuore leggero, ero arrivata a destinazione che nemmeno la forza di gravità riusciva più a tenermi coi piedi per terra. E poi dicono che l'amore non fa volare alto...
Per fortuna era l'ora del passeggio. E per fortuna quella era una città di mare. L'edicolante aveva due amici scaricatori di porto, due che come me sfidavano la gravità: ma per mestiere, e a forza di braccia. Ci vollero sei volonterosi energumeni e un buon quarto d'ora per disincagliare la macchina dai rami.
Avendo già fatto abbastanza, mi limitavo a osservare. Consideravo le somiglianze tra quel povero surf, che mai si sarebbe aspettato di lottare con i rami di un albero anziché con le onde, e quel poveretto riservato e schivo catapultato al centro di un capannello di curiosi in qualità di accompagnatore di una domatrice di automobili... Però, in fondo stavano entrambi vivendo un'esperienza straordinaria e inattesa: grazie a me. Che ero ancora vestita come Lady Diana, ma con una patacca di pneumatico sull'abito di seta.
Finì che ci arrivammo con un'ora e mezza di ritardo, in quel ristorantino: entrammo da amici. Quando ne uscimmo, avevo già preso in considerazione l'idea di soprassedere su un certo orripilante soprabito a forma di sacco che gli piaceva portare con disinvolta baldanza.
Quanto a lui, deve aver pensato che ero una ragazza irresistibile: due anni dopo ero sua moglie.
INGREDIENTI
mele: 1.5 kg (del tipo che preferite, purché non trattate)
zucchero semolato: 200-250 gr
limoni: 1
Lavate molto bene le mele e tagliatele in grossi pezzi (diciamo in otto spicchi, che poi dividerete in due o tre parti ciascuno), senza sbucciarle né eliminare semi o picciuoli.
Mettetele in una pentola d'acciaio e copritele di acqua fredda (un po' meno che a filo, diciamo un centimetro sotto le mele). Non importa se la vostra pentola è larga o stretta, se ha i bordi alti o bassi: l'essenziale è che le mele stiano ben compatte tra loro, senza galleggiare, e che il livello dell'acqua stia di poco sotto quello della frutta.
Fate cuocere a fuoco vivace e senza coperchio finché le mele non sono tenere ma non disfatte: ci vorranno circa 30-40 minuti (dipende dalla frutta che avete scelto).
Scolate le mele aiutandovi con un setaccio fine: raccogliete il liquido in una ciotola, metteteci sopra il setaccio con le mele dentro e lasciate scolare tutto il succo per benino, senza esercitare pressione sulla frutta.
Dopo qualche ora, rimettete il succo di mele nella pentola, fatelo bollire ancora 10 minuti (serve a concentrarlo un po' di più) e poi pesatelo: dovreste averne circa 650-700 gr a questo punto.
Pesate una quantità di zucchero equivalente al 30% del peso del succo di mele (ad esempio, per 700 gr di succo vi serviranno 210 gr di zucchero, per 600 gr 180 di zucchero, e così via...)
Spremete il limone e filtrate il succo.
Aggiungete lo zucchero e il succo di limone al succo di mela e continuate a far bollire a fuoco vivace per 15-20 minuti. O finché la prova piattino non vi dirà che la vostra gelatina è della consistenza giusta: cioè compatta, ma non troppo solida... gelatinosa, insomma.
Versatela in un vaso da marmellata finché è ancora bollente e lasciatela raffreddare. Si conserva per qualche settimana in frigo, coperta da una pellicola trasparente
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Non è una gelatina se non è trasparente
Il piacere di una gelatina deriva non solo dal profumo e dal sapore (e questa di mele è imbattibile su entrambi i fronti) ma anche dalla sua limpidezza, da quella consistenza gelatinosa e trasparente che la rende - appunto - gelatina. Perciò dovete far attenzione a un paio di cosette:
1. non cuocete le mele troppo a lungo, altrimenti si disfano perdendo pezzetti qua e là nell'acqua
2. quando le mettete nel setaccio, evitate di schiacciarle col cucchiaio per estrarne il succo più in fretta: rischiereste solo di far passare dalle maglie dei pezzetti di polpa.
Se non avete un setaccio fine...
...compratevene uno. A meno che non abbiate quel retino col supporto che gli americani usano per far scolare il succo della frutta cotta. Non esistono molte alternative a questi due sistemi se volete ottenere una gelatina di mele perfettamente trasparente.
Per la verità ci sarebbe il sistema della garza o dello strofinaccio pulito, ma funziona un po' meno. E solo a patto che non abbiate usato l'ammorbidente...
Cosa fare con la gelatina di mele?
Avete solo l'imbarazzo della scelta. Esattamente come la gelatina di melagrana, potete godervela sia in versione dolce (pane e burro salato) oppure come accompagnamento a cacciagione e carni arrosto (una cosa un po' "nordica", ma molto, molto buona...).
Altre ricette di frutta spalmabile:
- gelatina di melagrana
- marmellata di corbezzoli
- la marmellata di finte mirabelles
- marmellata di fragole allo zucchero scappato
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giovedì 3 febbraio 2011
I panini all'uvetta per Isa
Piccoli panini morbidi con uvetta e noci. Per un'amica, anzi due. E poi per colazione, per merenda, e per tutte le volte che volete voi...

INGREDIENTI
farina Manitoba: 300 gr
farina bianca 00: 250 gr
latte intero: 250 ml
acqua: 150 ml (circa)
uva sultanina: 100 gr
noci: 50 gr
burro: 30 gr
miele: 2 cucchiai
malto d'orzo: 1 cucchiaio
uova: 1 (solo il tuorlo, per spennellare)
lievito di birra: 25 gr (un cubetto)
sale: un pizzico
Mettete a bagno l'uvetta in una tazza d'acqua tiepida.
Spezzettate le noci con le mani (non fatelo col coltello, perché si sbriciolano).
Tagliate il burro a cubetti e lasciatelo a temperatura ambiente.
Scaldate il latte, e scioglietevi il miele e il malto. Quando sarà tiepido, aggiungete il lievito sbriciolato e mescolate velocemente finché non si è completamente dissolto. Lasciate riposare un quarto d'ora, finché non si forma una schiuma compatta (tenete presente che il volume raddoppierà quasi, per cui regolatevi con il recipiente...).
Miscelate le farine e il sale in una grande ciotola, fate un buco in mezzo e rovesciatevi il liquido con il lievito, sbattendo con forza con un cucchiaio con movimenti ampi (dovete cercare di catturare più aria possibile...). Aggiungete gradatamente l'acqua, senza smettere di sbattere e incorporando tutta la farina: dovete ottenere un impasto molto morbido e un po' appiccicoso (ma non è detto che l'acqua vi serva tutta... dipende da quanto è asciutta la vostra farina).
Rovesciate il composto sul piano da lavoro e lavoratelo per 10 minuti con la tecnica che io chiamo "alla francese" e che uso per gli impasti molto morbidi. Cioè sollevatelo con due mani e fatelo sventolare davanti al vostro naso come se doveste scrollare una tovaglia, sbattetelo con forza sul piano e ripiegatelo su sé stesso verso l'esterno, poi giratelo di 90° e ripetete l'operazione... almeno un centinaio di volte! (ulteriori spiegazioni a fondo pagina)
Quando sarete a tre quarti del lavoro aggiungete l'uvetta sgocciolata e le noci. Dovete farlo un po' alla volta (... diciamo in tre tempi), perciò allargate l'impasto in un rettangolo, distribuitevi un po' di uvetta e richiudetelo su sè stesso riprendendo a lavorarlo come prima: non aggiungetene altra finché la precedente non è ben distribuita nel composto. Un'avvertenza: "sventolate" con minor forza la vostra "tovaglia", se non volete raccogliere uvetta e noci in giro per la cucina...
Quando l'impasto sarà ben elastico e omogeneo mettetelo in una ciotola pulita, ungetelo in superficie con un cucchiaino d'olio e sigillate con della pellicola. Lasciatelo lievitare in un luogo riparato finché non sarà almeno raddoppiato di volume (ci vorranno un'ora e mezza, due a seconda della temperatura dell'ambiente).
Quando sarà pronto, accendete il forno a 220°. Poi rovesciatelo delicatamente sul piano di lavoro e ricavatene delle palline di 5 cm di diametro (non schiacciate l'impasto mentre le formate, ma accarezzatele appena con le mani), che metterete su una teglia per biscotti rivestita di carta forno, distanziate tra loro.
Fate lievitare per circa 20 minuti a teglia scoperta ma al riparo da correnti d'aria. Spennellateli delicatamente i panini con il tuorlo (molto diluito con il latte, sennò l'uovo forma una crosta dura che impedisce una buona lievitazione) e poi infornateli per 7-10 minuti. Non perdeteli di vista: ogni forno ha i suoi tempi, così come ogni casa ha i suoi fantasmi... Comunque, vale sempre la regola del "cuoceteli finchè non li vedete ben gonfi e appena dorati". Devono essere morbidissimi dentro e con una leggera crosticina fragrante...
Fateli raffreddare su una gratella da pasticciere e se non li mangiate tutti surgelateli.
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Lavorazione a mano di impasti morbidi
E' molto più facile a farsi che a dirsi... In ogni caso, ad uso e beneficio di increduli e titubanti, vi ricordo - non senza una generosa dose di vergogna - che c'è anche una mia interpretazione del suddetto movimento, in questo blog: se siete disposti a sorvolare sulla qualità artistica del filmato in nome della qualità organolettica del vostro pane, andate in fondo a questa pagina e preparatevi alla visione di M.me d'Aubergine avvinghiata a un impasto... Siate discreti, grazie.
Inoltre:
1: sappiate che per esigenze di scena l'impasto del filmato è molto più sodo di quel che dovrà essere il vostro
2. il composto vi sembrerà quasi impossibile da lavorare all'inizio, ma non perdetevi d'animo: continuate a fare il movimento, raccogliete ogni tanto quello che vi rimane sulle mani o in giro per il piano di lavoro e vedrete che andando avanti diventerà più elastico e starà assieme a perfezione.
C'è una seconda Isa...
Solo dopo aver scritto il post mi sono resa conto che c'è un'altra Isa, appassionata di pane fatto in casa, alla quale mi piacerebbe dedicare questi panini. E' una signora deliziosa e di rara vivacità, che vive oltre la piazza sulla quale apro le mie finestre ogni tanto.
Da lei ricevo inviti a cena e a sessioni di cucina tradizionale che mi piacciono da morire. Oltre ad arance e limoni del suo giardino, frasche varie per i miei addobbi natalizi, stufe elettriche in prestito in caso di bizze dell'impianto di riscaldamento, brodi vegetali in barattolo per solitarie cene light...

Non saremmo lontani dalla meta se non fosse per una serie di piccoli incidenti di percorso. Dispetti di folletti, mica tragedie... ma sufficienti a farmi rizzare i capelli in testa un giorno sì e l'altro no.
L'ultimo, in ordine di tempo, è una fuga di monossido in un bagno: nessuno riesce a capire da dove provenga e perciò noi sfidiamo le intemperie vivendo con una finestra del corridoio sempre aperta. Sono arrivati idraulici, fuochisti, elettricisti, spazzacamini: abbiamo collezionato un campionario di fantasiose teorie, ma il mistero permane.
La portinaia, che saluta tutti con sussiegosi cenni della mano da oltre il vetro, quando mi vede la mattina non mi dice più nemmeno buongiorno. "Non mi dica che le serve ancora il parcheggio in cortile per gli operai!?!" urla mettendo fuori la testa dalla guardiola.
E mentre io allargo mesta le braccia, lei alza gli occhi al cielo e a mani giunte sospira: "Poooverine!..."
Solo l'altro giorno me la sono trovata davanti tutta intera, braccia incrociate e sguardo pensoso: incorniciata dallo stipite con lo stemma sopra, pareva uno di quei ritratti d'antenati appesi lungo lo scalone di fronte.
"Scusi signora... ma le volevo dire una cosa... sa, a proposito di quella puzza che si sente in casa sua..."
"Hanno finalmente scoperto cos'è?" ho chiesto speranzosa.
"No, loro no... - e si è guardata attorno sospettosa - Ma mio marito sì!..."
C'era la nebbia fitta, ma per me è stato come se fosse arrivata all'improvviso primavera: vedevo il sole e sentivo cantare gli uccelli... finalmente niente più folate di gelo in corridoio.
Poi mi si è avvicinata e ha abbassato la voce. "Lo sa che prima quell'odore era nella sua cantina?"
"Davvero? Ma allora c'è una canna fumaria rotta che da lì arriva all'ultimo piano..."
"No, no... Si ricorda che la sua cantina l'abbiamo chiusa a forza perché era tutta piena? Beh... da quel giorno la puzza non c'è più!"
In effetti la nostra porzione di cantina - un locale che pare una cripta di templari - è stipata all'inverosimile: non ci starebbe uno spillo. Ma io stentavo a cogliere il nesso tra i due fatti...
"Mio marito s'è ricordato che lo zio del proprietario del secondo piano diceva che c'era... insomma: sarebbe un fantasma!" e ha allargato le braccia.
Il sole si è offuscato all'improvviso, gli uccelli hanno smesso di cantare: e pensando alle folate gelide nel mio corridoio sono rabbrividita. Lei se n'è accorta, e deve aver pensato di avere esagerato.
"Però non è cattivo, eh!... Fa solo quell'odore... che dev'essere quello che sente lei" e ha sorriso rassicurante. "E si vede che adesso non può più stare in cantina, perché lei gliel'ha riempita di cose sue, e allora è venuto in casa!"
E' raro che io rimanga senza parole, o che l'ironia mi difetti. Ma l'idea di continuare ad avere una stanza ridotta a una ghiacciaia mi ha gelato i pensieri nella testa.
"Signora, veda lei se ci vuole credere a questa storia..."
"Glielo farò sapere... Comunque grazie! E lasci pure il parcheggio per gli operai anche domani..."
Mi è bastato un cappuccino per riportare le meningi alla temperatura consueta. E quando a sera sono rincasata, avevo già preso la mia decisione: ci avrei creduto a quella storia. Era troppo divertente...
Così convivo da tre giorni con un fantasma: costretto, dopo chissà quanti secoli trascorsi nelle cantine, a trasferirsi in casa mia per sopraggiunta mancanza di spazio vitale. Gli ho dato pure un nome: si chiama Agostino (anzi: A-ghost-ino). E un ruolo: fungere da spiegazione ultima per tutti quei piccoli incidenti sulle cui cause non mi interessa indagare.
E' molto utile, perfino tranquillizzante rinunciare alla razionalità in alcune occasioni... Per esempio, mi sono convinta che non ha senso ostinarsi a pretendere che tutto funzioni, se c'è un fantasma per casa che rema contro. Meglio arrendersi a un ménage ricco di imperfezioni e cercare di trovare un equilibrio comunque.
Così, dopo settimane di astinenza da lieviti e farine, ho finalmente deciso di riaccendere il forno per qualcosa che non fosse solo un divertissement da spuntino scapigliato. E anche se effluvi di acqua ragia e un lieve sentore di monossido aleggiano tuttora, mi ci sono messa d'impegno per ribadire ad Agostino che esistono dei limiti: anche ai diritti dei fantasmi esiliati. E io non gli permetterò di metter piede nella mia cucina. Dove ho ricominciato da quello che per me è il divertimento più grande: fare il pane.
Non è un pane a caso, quello di oggi. Perché una ricetta di panini con l'uvetta me l'aveva chiesta da tempo una delle lettrici più appassionate di questo blog: una che non manca mai un appuntamento, che se prova una ricetta me lo fa sapere, che se non scrivo per un po' mi viene a cercare... Perciò questi sono i miei panini per Isa. E per tutti voi, che nonostante questa lunga, lenta ripresa post-trasloco siete ancora qui...
Quanto a me, da quando è arrivato Agostino sono diventata un po' più saggia. Capisco bene che credere a un fantasma possa sembrare una strampalataggine (e infatti non lo racconto mica a tutti...), ma sto sperimentando che il confine tra la saggezza e la follia è davvero labile... Così labile che non ho alcuna intenzione di arrendermi al monossido, addossando tutte le responsabilità a uno spettro esiliato.
Perciò, nell'attesa che quell'interminabile processione di operai che da giorni si affaccendano sul tetto conduca alla scoperta dell'origine delle esalazioni, sto meditando di attrezzarmi con mezzi autonomi per scongiurare l'irreparabile: mi comprerò un canarino, come i minatori.
Perché sarebbe una fine indecorosa per una foodblogger passare a miglior vita per dei volgari gas di scarico di una canna fumaria. Almeno, almeno - che so - i fumi di un'anatra carbonizzata in forno...
L'ultimo, in ordine di tempo, è una fuga di monossido in un bagno: nessuno riesce a capire da dove provenga e perciò noi sfidiamo le intemperie vivendo con una finestra del corridoio sempre aperta. Sono arrivati idraulici, fuochisti, elettricisti, spazzacamini: abbiamo collezionato un campionario di fantasiose teorie, ma il mistero permane.
La portinaia, che saluta tutti con sussiegosi cenni della mano da oltre il vetro, quando mi vede la mattina non mi dice più nemmeno buongiorno. "Non mi dica che le serve ancora il parcheggio in cortile per gli operai!?!" urla mettendo fuori la testa dalla guardiola.
E mentre io allargo mesta le braccia, lei alza gli occhi al cielo e a mani giunte sospira: "Poooverine!..."
Solo l'altro giorno me la sono trovata davanti tutta intera, braccia incrociate e sguardo pensoso: incorniciata dallo stipite con lo stemma sopra, pareva uno di quei ritratti d'antenati appesi lungo lo scalone di fronte.
"Scusi signora... ma le volevo dire una cosa... sa, a proposito di quella puzza che si sente in casa sua..."
"Hanno finalmente scoperto cos'è?" ho chiesto speranzosa.
"No, loro no... - e si è guardata attorno sospettosa - Ma mio marito sì!..."
C'era la nebbia fitta, ma per me è stato come se fosse arrivata all'improvviso primavera: vedevo il sole e sentivo cantare gli uccelli... finalmente niente più folate di gelo in corridoio.
Poi mi si è avvicinata e ha abbassato la voce. "Lo sa che prima quell'odore era nella sua cantina?"
"Davvero? Ma allora c'è una canna fumaria rotta che da lì arriva all'ultimo piano..."
"No, no... Si ricorda che la sua cantina l'abbiamo chiusa a forza perché era tutta piena? Beh... da quel giorno la puzza non c'è più!"
In effetti la nostra porzione di cantina - un locale che pare una cripta di templari - è stipata all'inverosimile: non ci starebbe uno spillo. Ma io stentavo a cogliere il nesso tra i due fatti...
"Mio marito s'è ricordato che lo zio del proprietario del secondo piano diceva che c'era... insomma: sarebbe un fantasma!" e ha allargato le braccia.
Il sole si è offuscato all'improvviso, gli uccelli hanno smesso di cantare: e pensando alle folate gelide nel mio corridoio sono rabbrividita. Lei se n'è accorta, e deve aver pensato di avere esagerato.
"Però non è cattivo, eh!... Fa solo quell'odore... che dev'essere quello che sente lei" e ha sorriso rassicurante. "E si vede che adesso non può più stare in cantina, perché lei gliel'ha riempita di cose sue, e allora è venuto in casa!"
E' raro che io rimanga senza parole, o che l'ironia mi difetti. Ma l'idea di continuare ad avere una stanza ridotta a una ghiacciaia mi ha gelato i pensieri nella testa.
"Signora, veda lei se ci vuole credere a questa storia..."
"Glielo farò sapere... Comunque grazie! E lasci pure il parcheggio per gli operai anche domani..."
Mi è bastato un cappuccino per riportare le meningi alla temperatura consueta. E quando a sera sono rincasata, avevo già preso la mia decisione: ci avrei creduto a quella storia. Era troppo divertente...
Così convivo da tre giorni con un fantasma: costretto, dopo chissà quanti secoli trascorsi nelle cantine, a trasferirsi in casa mia per sopraggiunta mancanza di spazio vitale. Gli ho dato pure un nome: si chiama Agostino (anzi: A-ghost-ino). E un ruolo: fungere da spiegazione ultima per tutti quei piccoli incidenti sulle cui cause non mi interessa indagare.
E' molto utile, perfino tranquillizzante rinunciare alla razionalità in alcune occasioni... Per esempio, mi sono convinta che non ha senso ostinarsi a pretendere che tutto funzioni, se c'è un fantasma per casa che rema contro. Meglio arrendersi a un ménage ricco di imperfezioni e cercare di trovare un equilibrio comunque.
Così, dopo settimane di astinenza da lieviti e farine, ho finalmente deciso di riaccendere il forno per qualcosa che non fosse solo un divertissement da spuntino scapigliato. E anche se effluvi di acqua ragia e un lieve sentore di monossido aleggiano tuttora, mi ci sono messa d'impegno per ribadire ad Agostino che esistono dei limiti: anche ai diritti dei fantasmi esiliati. E io non gli permetterò di metter piede nella mia cucina. Dove ho ricominciato da quello che per me è il divertimento più grande: fare il pane.
Non è un pane a caso, quello di oggi. Perché una ricetta di panini con l'uvetta me l'aveva chiesta da tempo una delle lettrici più appassionate di questo blog: una che non manca mai un appuntamento, che se prova una ricetta me lo fa sapere, che se non scrivo per un po' mi viene a cercare... Perciò questi sono i miei panini per Isa. E per tutti voi, che nonostante questa lunga, lenta ripresa post-trasloco siete ancora qui...
Quanto a me, da quando è arrivato Agostino sono diventata un po' più saggia. Capisco bene che credere a un fantasma possa sembrare una strampalataggine (e infatti non lo racconto mica a tutti...), ma sto sperimentando che il confine tra la saggezza e la follia è davvero labile... Così labile che non ho alcuna intenzione di arrendermi al monossido, addossando tutte le responsabilità a uno spettro esiliato.
Perciò, nell'attesa che quell'interminabile processione di operai che da giorni si affaccendano sul tetto conduca alla scoperta dell'origine delle esalazioni, sto meditando di attrezzarmi con mezzi autonomi per scongiurare l'irreparabile: mi comprerò un canarino, come i minatori.
Perché sarebbe una fine indecorosa per una foodblogger passare a miglior vita per dei volgari gas di scarico di una canna fumaria. Almeno, almeno - che so - i fumi di un'anatra carbonizzata in forno...
Saluti e baci fuligginosi,
S.
S.
INGREDIENTI
farina Manitoba: 300 gr
farina bianca 00: 250 gr
latte intero: 250 ml
acqua: 150 ml (circa)
uva sultanina: 100 gr
noci: 50 gr
burro: 30 gr
miele: 2 cucchiai
malto d'orzo: 1 cucchiaio
uova: 1 (solo il tuorlo, per spennellare)
lievito di birra: 25 gr (un cubetto)
sale: un pizzico
Mettete a bagno l'uvetta in una tazza d'acqua tiepida.
Spezzettate le noci con le mani (non fatelo col coltello, perché si sbriciolano).
Tagliate il burro a cubetti e lasciatelo a temperatura ambiente.
Scaldate il latte, e scioglietevi il miele e il malto. Quando sarà tiepido, aggiungete il lievito sbriciolato e mescolate velocemente finché non si è completamente dissolto. Lasciate riposare un quarto d'ora, finché non si forma una schiuma compatta (tenete presente che il volume raddoppierà quasi, per cui regolatevi con il recipiente...).
Miscelate le farine e il sale in una grande ciotola, fate un buco in mezzo e rovesciatevi il liquido con il lievito, sbattendo con forza con un cucchiaio con movimenti ampi (dovete cercare di catturare più aria possibile...). Aggiungete gradatamente l'acqua, senza smettere di sbattere e incorporando tutta la farina: dovete ottenere un impasto molto morbido e un po' appiccicoso (ma non è detto che l'acqua vi serva tutta... dipende da quanto è asciutta la vostra farina).
Rovesciate il composto sul piano da lavoro e lavoratelo per 10 minuti con la tecnica che io chiamo "alla francese" e che uso per gli impasti molto morbidi. Cioè sollevatelo con due mani e fatelo sventolare davanti al vostro naso come se doveste scrollare una tovaglia, sbattetelo con forza sul piano e ripiegatelo su sé stesso verso l'esterno, poi giratelo di 90° e ripetete l'operazione... almeno un centinaio di volte! (ulteriori spiegazioni a fondo pagina)
Quando sarete a tre quarti del lavoro aggiungete l'uvetta sgocciolata e le noci. Dovete farlo un po' alla volta (... diciamo in tre tempi), perciò allargate l'impasto in un rettangolo, distribuitevi un po' di uvetta e richiudetelo su sè stesso riprendendo a lavorarlo come prima: non aggiungetene altra finché la precedente non è ben distribuita nel composto. Un'avvertenza: "sventolate" con minor forza la vostra "tovaglia", se non volete raccogliere uvetta e noci in giro per la cucina...
Quando l'impasto sarà ben elastico e omogeneo mettetelo in una ciotola pulita, ungetelo in superficie con un cucchiaino d'olio e sigillate con della pellicola. Lasciatelo lievitare in un luogo riparato finché non sarà almeno raddoppiato di volume (ci vorranno un'ora e mezza, due a seconda della temperatura dell'ambiente).
Quando sarà pronto, accendete il forno a 220°. Poi rovesciatelo delicatamente sul piano di lavoro e ricavatene delle palline di 5 cm di diametro (non schiacciate l'impasto mentre le formate, ma accarezzatele appena con le mani), che metterete su una teglia per biscotti rivestita di carta forno, distanziate tra loro.
Fate lievitare per circa 20 minuti a teglia scoperta ma al riparo da correnti d'aria. Spennellateli delicatamente i panini con il tuorlo (molto diluito con il latte, sennò l'uovo forma una crosta dura che impedisce una buona lievitazione) e poi infornateli per 7-10 minuti. Non perdeteli di vista: ogni forno ha i suoi tempi, così come ogni casa ha i suoi fantasmi... Comunque, vale sempre la regola del "cuoceteli finchè non li vedete ben gonfi e appena dorati". Devono essere morbidissimi dentro e con una leggera crosticina fragrante...
Fateli raffreddare su una gratella da pasticciere e se non li mangiate tutti surgelateli.
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Lavorazione a mano di impasti morbidi
E' molto più facile a farsi che a dirsi... In ogni caso, ad uso e beneficio di increduli e titubanti, vi ricordo - non senza una generosa dose di vergogna - che c'è anche una mia interpretazione del suddetto movimento, in questo blog: se siete disposti a sorvolare sulla qualità artistica del filmato in nome della qualità organolettica del vostro pane, andate in fondo a questa pagina e preparatevi alla visione di M.me d'Aubergine avvinghiata a un impasto... Siate discreti, grazie.
Inoltre:
1: sappiate che per esigenze di scena l'impasto del filmato è molto più sodo di quel che dovrà essere il vostro
2. il composto vi sembrerà quasi impossibile da lavorare all'inizio, ma non perdetevi d'animo: continuate a fare il movimento, raccogliete ogni tanto quello che vi rimane sulle mani o in giro per il piano di lavoro e vedrete che andando avanti diventerà più elastico e starà assieme a perfezione.
C'è una seconda Isa...
Solo dopo aver scritto il post mi sono resa conto che c'è un'altra Isa, appassionata di pane fatto in casa, alla quale mi piacerebbe dedicare questi panini. E' una signora deliziosa e di rara vivacità, che vive oltre la piazza sulla quale apro le mie finestre ogni tanto.
Da lei ricevo inviti a cena e a sessioni di cucina tradizionale che mi piacciono da morire. Oltre ad arance e limoni del suo giardino, frasche varie per i miei addobbi natalizi, stufe elettriche in prestito in caso di bizze dell'impianto di riscaldamento, brodi vegetali in barattolo per solitarie cene light...
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