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giovedì 27 gennaio 2011

I bignè di Nonna Papera

E l'incredibile storia di quel che mi è capitato in un anno a causa loro

I bignè di Nonna Papera
La prima volta che sfornai questi bignè avevo undici anni, una gamba ingessata e un paio di pantaloni alla zuava nuovi di zecca nell'armadio.

Decisi di mettermeli un pomeriggio in cui mia madre non c'era e io ero affidata alle cure di mia zia, una donna soave considerata da tutti una specie di Mary Poppins. La quale però, appena mi vide, decise che la cosa più amabile da dire era: "Ti stanno malissimo! Sembri Pietro Gambadilegno..."

Ora, non è che un bambino sia disposto a farsi dare del Gambadilegno dal primo che capita: neanche se è sua zia. E infatti io m'incavolai così tanto che mi chiusi in cucina, aprii il Manuale a pagina 131 e m'impegnai per fugare ogni dubbio su quella mia presunta somiglianza: sarei stata Nonna Papera, piuttosto. E fu il mio esordio con i Gonfietti Ezechiele...

Da allora li avrò fatti centinaia di volte: dolci o salati, questi bignè di Nonna Papera mi hanno accompagnato in cucina salvando aperitivi, merende, compleanni. Ed è stato grazie a loro che un anno fa, dopo aver riletto per l'ennesima volta le dosi a pagina 131, mi sono accorta che quel libro meraviglioso stava per compiere quarant'anni.

E' nata così l'idea della raccolta di ricette tratte dal Manuale di Nonna Papera: sorridendo al ricordo dei pomeriggi trascorsi a cucinare e con l'idea che forse c'erano altri che, come me, avevano sognato su quelle pagine da piccoli...

Il mio blog esisteva da appena sette mesi e non avevo idea di quale esito potesse avere l'iniziativa. Ma soprattutto, neanche nei più bei sogni da bambina avevo mai immaginato che da quelle pagine potessero sprigionarsi tanti prodigi...

Il primo - e più grande - dei quali è stata la partecipazione dei lettori: non capita tutti i giorni di ritrovarsi con 335 commenti a un post. Da sommare alle 286 mail di persone - bloggers e non - che mi hanno scritto: e non solo per chiedermi di inviargli una ricetta.

Ho letto ricordi ed emozioni d'infanzia, parole di gioia e di tristezza perché essere piccoli non è facile per tutti alla stessa maniera. Sono stata sopraffatta da questa umanità che all'improvviso mi si è svelata oltre lo schermo: persone vere, storie vere, pezzi di vita. Mi sono chiesta tante volte - mentre rubavo il tempo alla notte per riuscire a rispondere a tutti - perché avessero scelto proprio questa occasione per raccontare di sé: e la risposta che mi sono data, alla fine di questa esperienza, è che la forza di un bel libro per bambini sta proprio nel tirarci fuori le emozioni, anche da grandi.

Il prodigio numero due è stata un'esplosione: di interesse per il Manuale. E' scattata una caccia al libro perduto e tra soffitte, cantine, biblioteche e mercatini in tanti si sono messi a cercarlo. Per dirvela tutta, ho sulla coscienza anche un paio di litigi tra sorelle dovuti alla sparizione dell'ambito testo dagli scaffali della cameretta un tempo condivisa. E persino un'impennata dei prezzi del Manuale su Ebay...

Chi non è riuscito a recuperare la sua copia - o a procacciarsene una ex-novo - ha ricevuto almeno una ricetta da sperimentare: ho passato serate a fotografare pagine da inviare ai lettori bisognosi. E quando ho scoperto che dal mio Manuale ne mancavano quattro, una blogger che non si occupa di cucina (ma di principesse) ha messo a disposizione il suo per consentirci di preparare la Torta di mele. Insomma: un trionfo di buoni sentimenti che - dati i tempi che corrono - ci ha fatti sentire tutti... incredibilmente trasgressivi!

Prodigio numero tre. Provate a digitare su Google "Manuale di Nonna Papera"... ?!? ... beh, ve lo dico io cosa succede: scappiamo fuori noi. Al primo posto.
Il post della raccolta è lì da mesi: non trovate fantastico che chi cerca in Internet informazioni sul Manuale s'imbatta nelle ricette di Nonna Papera "vissute"? Cioè cucinate e raccontate da voi? Io sì... perché penso che abbiamo "dato vita" a un libro. Nel senso che lo abbiamo reso vivo: ci abbiamo messo le nostre mani - spesso le nostre facce - oltre a burro, zucchero e farina... E di qui al prodigio numero quattro la strada è davvero breve.

Ricevo un giorno una mail, che inizia così: "Sono una giornalista Americana. Sto scrivendo un libro sui dolce Italiane, che viene pubblicato in ottobre 2011. Ho visto per caso il suo blog su Manuele di Nonna Papero perche un chef di turino me ha mandato una ricette che lui ha detto e "Pareva la torta di Nonna Papera". Non sapendo cosa sia questa nonna ho fatto "google" e ecco lei! Adesso vorrei scrivere un po del libro che lei ha trovato...." eccetera, eccetera...

Sulle prime ho pensato a uno scherzo. "Ma come, questa mi scrive dall'America per chiedermi chi è Nonna Papera?!?" e stavo per gettare la mail nel cestino...
E' stata solo la mia curiosità (culturale, se mi passate un termine "alto"...) a farmi decidere di rispondere: e davvero non sapevo da dove cominciare. Perché davo per scontato che un'americana certe cose le sapesse meglio di me...

"Cara F.,
devi sapere che per un'intera generazione di bambini Nonna Papera ha rappresentato un mito: perché noi tutti abbiamo sognato le sue fantastiche torte. Non sarebbe esatto dire che noi bambini italiani cercassimo una nonna che sfornasse dolci: in ogni famiglia, in quegli anni, ce n'era almeno una bravissima in cucina. Il fatto è che quelle torte in Italia non le faceva nessuno: noi bambini non le vedevamo in casa, e nemmeno in pasticceria, perché in Italia quel genere di torta non esisteva... Le nostre nonne non ne conoscevano la ricetta. E nelle loro cucine non esisteva nemmeno uno stampo simile, svasato e con il bordo ondulato.

Perciò noi credevamo che quella fosse la torta di Nonna Papera, che esistesse solo a Paperopoli e che la ricetta originale si trovasse nel mitico Manuale, sempre citato nelle storie Disney come un oggetto misterioso e quasi magico".

Il nostro carteggio è andato avanti per settimane. Con un risultato per me sorprendente: non solo per i bambini americani Nonna Papera è un personaggio piuttosto marginale, ma pare che non cucini granché, oltreoceano. Anzi: per loro la tipica "nonna che cucina" è una nonna italiana! E del Manuale di Nonna Papera nemmeno una traccia...

Non ci volevo credere: mi avevano fatto crescere pensando che Nonna Papera - l'emblema della nonna che cucina - fosse americana e scoprivo da grande che una Nonna Papera così esiste solo in Italia?!? Un immaginario infantile si sgretolava giorno per giorno, mentre la mia amica da New York mi informava che nemmeno alla Disney ne sapevano niente di questo ricettario per bambini...

Ho cominciato a guardare il Manuale "con occhi da grande", e mi sono messa a spulciarlo alla ricerca di una ricetta americana: non ce n'è traccia. Niente cookies, niente muffins, niente cheesecake... non c'è nemmeno la mitica torta che lei metteva sul davanzale e dalla quale usciva quel profumino di mele.. La apple pie non c'era - cari ragazzi - nel Manuale di Nonna Papera.

Così mi sono convinta che quel libro fantastico non potesse che essere tutto italiano: e mi sono messa alla ricerca dei suoi ideatori.

A questo punto vorrete sapere come è finita questa storia. Beh... non si sa, perché stiamo ancora consultando un paio di archivi alla ricerca di qualcuno del gruppo originario di lavoro che ci possa svelare dettagli inediti. Dopo tanti anni non è facile, ma ci voglio provare.

Posso però raccontarvi "dove" è finita questa storia... e... preparatevi perché non ci crederete: in un libro. Perché la giornalista americana era Francine Segan, storica del cibo e autrice di numerosi testi sulla cucina italiana. La quale mi ha chiesto di poter raccontare ai suoi lettori l'incredibile storia di questo ricettario per piccoli cuochi... E di quell'attempata signora, all'anagrafe Elvira Coot ma nota ai più come Grandma Duck o Nonna Papera: che nell'immaginario dei bambini italiani è americana e in quello dei bambini americani è scalzata da una nonna italiana... insomma, un meraviglioso pasticcio la cui ricetta rimane a tutt'oggi segreta.

Abbiamo continuato a scriverci, io e Francine, in tutti questi mesi. L'ultima sua mail, una settimana fa, aveva un allegato: quando l'ho aperto mi sono venuti i lucciconi. Era la copertina del suo libro con la foto di una meravigliosa torta di mele. E non era una apple pie: ma quell'italianissima torta di mele del Manuale di Nonna Papera...

Quanto a me, continuerò a cercare chi c'era davvero dietro quelle ricette: mi piacerebbe riuscire a raccontarvelo, un giorno. E se scoprissi che Nonna Papera era in realtà un signore con la pelata e i baffi, rassegnatevi a veder andare in frantumi il vostro immaginario infantile: perché sarete voi i primi a saperlo.
Ve lo devo...

S.


INGREDIENTI

farina: 50 gr
burro: 50 gr
acqua: 75 gr
uova: 2
sale: un pizzico

Accendete il forno a 180° (il Manuale dice 150, ma sono pochini...).

Mettete l'acqua, il burro e il sale in un pentolino e portate ad ebollizione. Abbassate la fiamma e versate la farina, mescolando con forza.

Quando il composto si staccherà dalle pareti della pentola (cioè dopo pochissimo) toglietelo dal fuoco e aggiungete le uova, una alla volta: mescolate velocemente per ricompattare gli "straccetti" che si formeranno e non smettete finché l'impasto non sarà liscio e omogeneo. Fatelo riposare per una decina di minuti.

Rivestite di carta forno una teglia da biscotti e, con l'aiuto di due cucchiaini, formate dei mucchietti di impasto delle dimensioni di una noce (teneteli un po' distanti tra loro perché crescono in cottura).

Infornate per almeno 20 minuti ed estraeteli quando li vedete ben gonfi e appena dorati. Fateli raffreddare e guarniteli a piacere: avete solo l'imbarazzo della scelta. Volendo, potete conservarli in una scatola di latta per un paio di giorni (ovviamente senza ripieno).

Questi bignè sono buoni al naturale, con un po' di zucchero al velo, o farciti con cioccolato fuso, crema, panna, formaggio cremoso con erbe aromatiche o frutta secca, salumi, filetti di pesce... potreste continuare all'infinito. E allora... cosa aspettate a farci sapere come ve li siete mangiati?

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E ora un po' di scuse...

Ho promesso a tutti i partecianti alla raccolta un pdf con le ricette di Nonna Papera, e non sono ancora riuscita a rispettare questo impegno. La verità è che non ne ho mai realizzato uno e non so come fare. Perciò se tra di voi ci fosse qualcuno d'animo gentile, intenzionato a darmi delle dritte, è il benvenuto. In ogni caso, appena ci sarò riuscita, ve lo comunicherò.

Inoltre: ho ricevuto un premio da Federica e da Chiaretta, ma temo di non riuscire a ritirarlo. Il tempo per il blog è ridotto al lumicino in questo periodo e davvero non ce la farei a girarlo ad altri bloggers. Vi ringrazio comunque, di cuore, per aver pensato a me e spero non me ne vorrete...

Infine: prometto di scrivere post più brevi le prossime volte. So bene che il tempo è prezioso per tutti: lettori compresi

Il libro di Francine...
...si intitola "Italy's Sweets: Dolci", e uscirà il prossimo ottobre.

Come avrete capito, questa tra me e il Manuale è ormai una storia a puntate
Per chi volesse non perdersene nemmeno una:
- Le ricette di Nonna Papera: 40 anni dopo (25 gennaio 2010)
- Ultim'ora! Scoperta dopo 40 anni la vera identità di Nonna Papera (21 aprile 2012)

venerdì 21 gennaio 2011

Crackers al pecorino con grani di senape

... per fare i quali vi servirà anche una chiave a brugola da 3 mm

crackers al pecorino con grani di senape

Se raccontassi a chi non mi conosce che a quattro mesi dal trasloco la mia cucina funziona ancora a ritmo accidentato, mi prenderebbero per una di quelle signore leggiadre e fannullone che svolazzano tra i salotti della città.

Il genere è talmente diffuso che si dà per scontato che se una casa è ancora senza un armadio e senza uno spazio per i libri è perché madame è indecisa sulle nuances delle ante e l'arredatore continua a cambiare idea sulla finitura della libreria.

Perciò forse comprenderete come detesti rispondere quando mi chiedono "Ma cosa maaanca?", con l'aria di chi pensa che io sia qui a vagare per le stanze con una mazzetta di prove di colore da appoggiare alle pareti, pronta ad accasciarmi sul divano appena il peso di cotanta decisione si fa più opprimente.

La realtà è che io mi aggiro per casa - quando ci sono - ma armata di trapano, viti, cere e pennelli. Sovente fungendo da attendente di elettricisti e falegnami nella speranza che si sbrighino, e ancor più spesso provvedendo da sola ai lavori che loro non amano fare.

"Signora, se la fa lei questa stuccatina sul muro?", "Guardi, qui basta una passatina con questo pennello che le lascio..." e robe del genere. Così, pur di non ritrovarmeli alla porta l'indomani, ho collezionato una lista di ritocchi degna di una ditta artigiana: mi manca solo il furgoncino con la scritta.

Ora, io non ho nulla contro le attività manuali... ma mi sto un po' stufando di questa overdose di lavori para-edili. Perciò da qualche giorno ho deciso di riprendere a cucinare: timidamente, anche tra la puzza di smalto, le viti, le colle, lo stucco in polvere e la segatura...

Non è facile muoversi in una cucina nuova, con spazi e percorsi diversi da quelli ai quali si era abituati: ci sono i bicchieri dove stavano i piatti, le farine al posto delle pirofile, e la dispensa in un posto che prima non esisteva. Ma non è solo questo... E' che per cucinare come si deve avrei bisogno della giusta disposizione d'animo: le idee a me vengono da associazioni di profumi, prima ancora che di sapori. E provateci voi a farvi venire in mente il profumo di un pane mentre state verniciando delle porte...

Però non demordo: perché se aspetto che da qui se ne siano andati tutti - scatoloni compresi - e soprattutto che ci sia tutto quello che ci serve (tipo... che so... una libreria o un grande armadio...) mi ritrovo a Pasqua.

"Un piccolo passo al giorno è sempre meglio di niente" è il mio mantra in queste ultime settimane. E vado avanti, cercando di non lasciarmi sopraffare dalle tante voci della mia lista para-edile.

Così alterno ritocchi e biscotti, in una confusione di materiali e ingredienti che spero non ci trascini tutti quanti in cronaca locale: per puro miracolo due giorni fa un avanzo di polvere di marmo non è finito nel barattolo della farina.

Quanto poi alla strumentazione tecnica, i passaggi tra cucina e cantiere sono all'ordine del giorno: il pennello per lucidare le brioches è nella cassetta degli attrezzi, da quando ho scoperto che è perfetto per stendere la cera. E la spatola per lo stucco funziona a meraviglia per tagliare gli impasti, mentre certi scicchissimi cucchiaini usa-e-getta in legno sono quanto di meglio possa esistere per preparare il gesso.

So bene che queste cose non potrei raccontarle a chi non mi conosce... e inizio a dubitare di poterle raccontare persino a chi mi frequenta abitualmente.

Perché si può anche - in mancanza del consueto vermicello di Gragnano - usare una chiave a brugola da 3 mm per fare i buchi nei crackers al pecorino (come è successo per quelli della foto).
Ma se suonano alla porta e andate ad aprire tenendola ancora in mano, con addosso un paio di jeans e un maglione chiazzati di vernice, nemmeno vostro marito vi crederà quando direte che stavate facendo dei biscotti salati.
Abbasserà lo sguardo sulla chiave a brugola e - col tono deciso ma delicato di chi vuol comprendere la realtà senza ferirvi - vi chiederà accomodante: "Con quella?"

Così si vive in casa nostra a quattro mesi dal trasloco: e non ci crederete, ma c'è persino molto di avventuroso e divertente in tutto questo.

Anche se siamo assediati dagli scatoloni e ho ancora dieci porte da smaltare. Se il letto pende da un lato e la mia scrivania ondeggia su due malfermi cavalletti. Ce li ricorderemo certi momenti: compresi gli spuntini scapigliati senza piatti né posate. Solo crackers, ricotta, pere e un po' di miele. Con i pennelli a bagno in un vaso da fiori e la cucina che sa di vernice e pecorino.

E adesso scusatemi, ma vado a passarmi un po' d'acqua ragia nei capelli: ho delle mèches di smalto bianco latte. E non mi donano affatto...


INGREDIENTI

farina bianca 00: 70 gr
farina di grano integrale: 70 gr
pecorino piccante: 50 gr
burro: 50 gr
latte: 5 o 6 cucchiai
grani di senape: 2 cucchiai
sale fino: 1 cucchiaino
zucchero grezzo di canna: 1 cucchiaino

Tagliate il burro a cubetti (dev'essere ben freddo di frigo).

Mettete le farine, il pecorino, il sale e lo zucchero nel mixer e azionatelo per pochissimi secondi. Aggiungete il burro, la senape e il latte e fate andare finché il composto non diventa una palla (non lavoratelo troppo: accendete il motore pochi secondi alla volta a più riprese e smettete appena vedete che è un unico pezzo).

Rovesciate l'impasto sul piano di lavoro e lavoratelo velocemente a mano per un minuto o due. Quando sarà liscio e compatto fatene una palla e lasciatelo riposare 10 minuti coperto da una ciotola (serve a non farlo seccare).

Poi stendetelo con il matterello in una sfoglia di 4 mm di spessore e ritagliate i crackers della forma che preferite, bucherellandoli in superficie (scegliete voi se farlo con i rebbi di una forchetta, uno spaghetto di Gragnano o una chiave a brugola da 3 mm...)

Mettete i crackers in una teglia rivestita di carta forno, distanziati di un paio di centimetri l'uno dall'altro, e teneteli in frigo per almeno mezz'ora (o di più se vi fa comodo).

Cuoceteli in forno già caldo a 180°, per una decina di minuti: girateli a metà cottura perché non si scuriscano da un lato.

Metteteli a raffreddare su una gratella da pasticciere: se non ne avete una, posateli su un piatto, ma rigirateli ogni tanto finché non saranno ben freddi (serve a far fuoriuscite l'umidità e a mantenerli croccanti).

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L'idea di questi crackers...
... mi è venuta durante un viaggio in macchina fino a Bruxelles, tra campagne strette in una morsa di gelo e paesaggi lunari. L'unico genere di conforto, oltre a degli improbabili cappuccini svizzeri in confezione di plastica, erano dei sablés di Michel & Augustin al parmigiano con senape in grani. Tornata a casa, mi sono ricordata di una vecchia ricetta di biscotti salati al pecorino che doveva ancora essere nel mio archivio-teiera-di-latta: l'ho ritrovata, modificata e semplicemente... senapata.

L'idea di usare una chiave a brugola...
... per fare dei buchi perfetti su questi crackers mi è invece stata dettata dalla necessità. Di solito uso un vermicello di Gragnano, cottura 12 minuti, per questo genere di cose ("Dei buchi sui biscotti o dei biscotti con i buchi", nota al post sui Graham Crackers). Ma quando dico che la mia cucina funziona ancora a ritmo accidentato intendo dire che, per esempio, può capitare di non trovare un pacco di vermicelli in dispensa. Il che, in tempi normali, vi assicuro non succederebbe mai...

giovedì 13 gennaio 2011

Tartufini di cioccolato al peperoncino

tartufi di cioccolato al peperoncino

No, no... non ho alcuna intenzione di raccontarvi che a casa mia i tartufi di cioccolato cadono dai rami spogli insieme alle gocce di cristallo per lampadari... è solo che - un po' per necessità e un po' per oziosa sventatezza - ho cercato di fare più cose contemporaneamente. E questa foto ne è la conseguenza.

Se ne sono andati tutti da qui, e sono rimasta solo io: a togliere gli addobbi di Natale dalle finestre, a far resuscitare un vecchio lampadario scovato in una delle mie ultime scorribande tra le pulci, e a tenere a bada un paio di muratori che picconano di là dal muro (non chiedetemi nulla, vi prego...).

Così, in una giornata di luce grigia e in una casa improvvisamente senza voci, me la son presa comoda e mi sono concessa il lusso di passare da una cosa all'altra, senza un ordine preciso. A un ritmo lento, che non è quello consueto ma quello che il mio personale bilancio energetico m'impone: perché le risorse scarseggiano da queste parti, dopo il nostro trasloco senza fine (che infatti è ancora incompiuto...)

Nel giro di un paio d'ore il mio tavolo da pranzo è diventato un guazzabuglio: i rami che stavano sui davanzali, attorno ai quali intreccio ogni Natale le ghirlande di luci, insieme alle pampilles da riattaccare una ad una al lampadario, e a quella scatola di confettini argentati che ci hanno regalato... in più, una manciata di tartufi al cioccolato (la mia riserva di energia nei momenti di stanchezza) finiti chissà come in un vecchio stampino da madeleine.

Un meraviglioso alternarsi di gesti diversi, con la testa tra le nuvole e quel po' di nostalgia che provo sempre quando sono tutti lontani: infilo una goccia di cristallo, sistemo una fascina di rami, riavvolgo le lucine... e pesco un tartufo dallo stampo. Così... volutamente svagata per una mattinata intera, mentre le mani lavorano lente e pensieri e progetti si rincorrono veloci solo nella mia testa.

Finché l'ultimo accrocchio di rami non precipita sulla scatola dei confetti e sui miei tartufi al cioccolato: il tavolo diventa un caleidoscopio di materiali e si illumina persino, in questa giornata grigia... Mi pare una meraviglia, questa luce d'inverno che pare uscita dal nulla, e anziché prendere uno straccio e una spugna prendo la macchina fotografica.

Dopo un quarto d'ora sono ancora lì, corpo a corpo con quell'intreccio che non so nemmeno io come ho fatto. Mi pare di essere una goccia di cristallo, ma anche un confetto d'argento e forse persino un tartufo al cioccolato... e se non fosse che sono secchi, vorrei anche somigliare a uno di quei rami che fino a poco fa guardavano la piazza.

Sarà il momento di magia, o la stanchezza che a me fa un effetto allucinogeno, fatto sta che non mi accorgo di quel che succede alle mie spalle: dall'altra parte della via, ma tanto vicini da sembrare nella stanza a fianco, due bambini col naso spiaccicato alla finestra si godono lo spettacolo dall'appartamento di fronte, ridendo come matti. Me li ritrovo riflessi nello specchio, insieme alla mia immagine: pancia sul tavolo e gambe per aria... una goduria per chiunque.

Non so bene cosa dovrebbe fare una signora per cavarsi d'impaccio in una situazione simile: è la prima volta che mi capita di rotolarmi su un tavolo da pranzo tra fascine di rami secchi, pezzi di lampadario e tartufi di cioccolata. Così non trovo di meglio che il mio repertorio di facce buffe - quelle che piacevano ai ragazzi da piccoli - intanto che scendo e riacquisto la posizione eretta, con una fascina di rami attaccata a un pantalone (perché ci metto il fil di ferro, io, per fissarle bene alle persiane...) e la maglietta a chiazze di cacao. Chiudo lo show con un salutino e tiro la tenda: anni di reputazione rovinati.

Mi consolo pescando nello stampo da madeleine: ad occhi chiusi, per niente svagata e con tutta la concentrazione possibile. E mentre la panna e il cioccolato mi si sciolgono in bocca, mi dico che in fondo la vita è come uno dei miei tartufi: ci vuole sempre un pizzico di peperoncino. E io sono a posto per almeno una settimana...


INGREDIENTI

cioccolato fondente: 200 gr (il migliore che trovate, al 70% di cacao)
panna liquida da montare: 120 gr (freschissima e che sia panna vera...)
sale fino: un pizzico "gentile"
rhum: due cucchiaini
peperoncino: un pizzico (più o meno gentile, dipende da voi)
cacao amaro in polvere: 3 cucchiai (circa)

Fate il cioccolato a pezzetti con le mani (diciamo più piccoli che potete, ma senza esagerare) e mettetelo in una ciotola.

Scaldate la panna in un pentolino e spegnete il fornello appena inizia a bollire.

Rovesciate la panna bollente sul cioccolato e mescolate con un cucchiaio finché non si è sciolto completamente. All'inizio vi sembrerà che il composto sia troppo liquido, poi che dei pezzetti non riescano a dissolversi, ma abbiate fede: continuate a mescolare finché non ottenete una crema densa e lucente.

A questo punto, la tentazione di intingere un dito nel cioccolato sarà fortissima e voi starete già pensando che (purtroppo) queste non sono cose da fare, in cucina. Almeno: non in una cucina da blogger, che per definizione non è al riparo da occhi indiscreti... E invece no.

Perché un dito nel cioccolato ce lo dovete mettere, anzi più d'uno per la precisione, se non volete che la situazione vi sfugga di mano causa peperoncino. Perciò iniziate con un pizzico (un pizzichino gentile, non di quelli che mettereste sugli spaghetti...), mescolate e assaggiate: se il cioccolato sa ancora "solo di cioccolato" aggiungete altro peperoncino e sarete autorizzati ad intingervi nuovamente un dito (possibilmente non quello di prima). Non approfittatene, o vi troverete con dei tartufi di peperoncino al cioccolato, che non è esattamente quel che vi auguro...

Mettete la ciotola in freezer per 20-30 minuti, mescolando di tanto in tanto, finché il composto panna-cioccolato non avrà la consistenza giusta per essere manipolato (fate attenzione a non farlo solidificare troppo perché è molto stabile, e una volta che si è indurito non si scioglie più).

Autandovi con un cucchiaio staccatene dei pezzetti e lavorateli con la punta delle dita per farne delle palline di 2 cm di diametro. Il calore delle mani scioglie il cioccolato: perciò bagnatevele con acqua fredda (però asciugatele...) e siate più rapidi che potete. In ogni caso, preparatevi a ritrovarvi con le mani sporche di cioccolata e a resistere alla tentazione... ci siamo capiti. Pulitevele invece con della carta da cucina e continuate a confezionare tartufini.

Mettete i tartufi un paio alla volta in una ciotolina con il cacao e fateli rotolare finché si ricoprono in superficie.

Disponeteli su un piatto (se volete potete usare anche dei pirottini mignon) e conservateli fuori dal frigo. Durano qualche giorno... se sapete resistere.


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Queste non sono delle dosi...
...ma un semplice rapporto tra cioccolato e panna: cinque parti di cioccolato e tre di panna. Tutto qui, niente di più facile. Perciò potete dosare le quantità a seconda del cioccolato che avete in casa: lo pesate, dividete per cinque e moltiplicate per tre e ottenete la quantità di panna necessaria. Tutto il resto è questione di gusto, perciò sperimentate voi...

E questa è solo la formula basic...
Perché i tartufi di cioccolato si possono declinare in tantissimi modi, tenendo buono solo il rapporto cioccolato-panna. I miei preferiti? Con mezzo gheriglio di noce al centro. Ma la noce può diventare una nocciola e la nocciola finire in granella, al posto del cacao, oppure... beh, insomma: non li volete altri post con dei tartufi al cioccolato?

sabato 1 gennaio 2011

And so... Happy New Year!

happy new year

Io e il tempo abbiamo uno splendido rapporto, da sempre. Ci rispettiamo a vicenda e nessuno dei due si azzarda a comportarsi come se l'altro non esistesse.

Lui fluisce indisturbato, trascinando con sé quegli attimi così belli dai quali non riuscirei mai a separarmi se spettasse a me decidere. Ma non mi sento depredata: fa in modo di lasciarmene l'esperienza, la saggezza e il ricordo. E mi va bene così, perché se certi istanti durassero per sempre so che mi annoierei da morire... e non ci tengo.

Ma non gli riserverei tanta gratitudine se non si tirasse dietro anche quelle giornate storte, delle quali persino il ricordo sarebbe in grado di provocarmi l'orticaria. Mi usa la cortesia di farmele dimenticare per un po', quel tanto che basta a tramutare la distanza in distacco e - con un po' d'ironia - a consentirmi di digerire tutto... quasi tutto...

Quanto a me, ho imparato a tenergli testa: lo tengo in considerazione, ma senza dargli l'impressione di essere troppo influente. Voglio dire che non perdo tempo a tentar di porre rimedio al tempo che passa. Mi sentirei come una che tenta di svuotare il mare con un secchiello bucato: e io trovo molto più piacevole tuffarsi e nuotare, possibilmente con delle vigorose bracciate e non con l'aria di una che sta a galla per miracolo.

Ecco perché mi ritrovo ogni 31 dicembre a cercare le ragioni del fermento che ci agita tutti, come se il mondo stesse per finire: e regolarmente non me le spiego. E' che a me le ricorrenze, i compleanni, i capodanni provocano un lieve disagio, come se dovessi farmi vanto di qualche cosa che non ho fatto io.

Però mi adeguo: perché non si può mica coltivare tutte le proprie stravaganze come fossero orchidee rare... Così, anche se a me verrebbe da pensare che sia un giorno come un altro, mi sforzo di considerare il Capodanno come un nuovo inizio: meritevole di mangiate, libagioni e tanti buoni propositi. Da disattendere... perché se riuscissi a rispettarli tutti si assottiglierebbe inevitabilmente l'elenco dei miei desideri, dei progetti, delle mete da raggiungere... e non so voi, ma io senza sogni e progetti non potrei vivere.

E allora, per rispetto della liturgia, anch'io ho stilato la mia lista di propositi... più o meno buoni. Dieci, non di più (perché anche per riuscire a disattenderli bisogna tenerli a mente) e in ordine sparso, perché per me non c'è una graduatoria dei desideri: l'importante è averne.
Li appunto qui dato che non ho ancora un'agenda (non è un modo professionale di affrontare un 1 gennaio, me ne rendo conto...) e vorrei tornare a rileggerli, di tanto in tanto.

PROPOSITI PER IL 2011
  1. andare a correre al parco tutte le mattine, anche sotto la pioggia
  2. imparare a stendere la sfoglia col matterello
  3. iscrivermi a un corso serio di "Franscese" (non posso permettermi incertezze con i tassisti di Parigi)
  4. decidermi ad adottare un pezzetto di "pasta madre" e accogliere col sorriso sulle labbra tutto quel che ne conseguirà (d'altronde, non è così con ogni figlio?...)
  5. usare i guanti per verniciare, così la ragazza della manicure la smette di chiedermi ogni volta:" Ma lei che lavoro fa?..." e mia madre non è costretta a ricordarmi che avevo delle mani impeccabili, un tempo
  6. instaurare un rapporto meno episodico e accidentato col cellulare (... ma potrei ripensarci, perché è così bello non farsi trovare da nessuno qualche mezza giornata ogni tanto...)
  7. impormi di essere accomodante con le persone noiose
  8. continuare ad essere intollerante con le smandruppate che girano col cane mignon in borsetta, con le aspiranti silfidi che infliggono al prossimo il conto delle calorie mentre sono a cena al ristorante, con le devote che accudiscono quel sant'uomo del marito in crisi perché l'amante di turno lo fa tanto soffrire
  9. smetterla di comperare t-shirt bianche (ho scoperto di possederne dodici, grazie al trasloco)
  10. continuare a pensare che ogni giornata è un'avventura meravigliosa, anche se fuori piove... e ricordarmi l'ombrello.
Ecco, ce l'ho fatta anche stavolta a mettere in fila dei buoni propositi di Capodanno: per un soffio, un minuto prima della mezzanotte. Adesso mi restano trecentosessantaquattro giorni per provarci... o per dimenticarmene.

Comunque sia, sarà un altro meraviglioso, incasinatissimo anno: io e il tempo continueremo a rispettarci a vicenda, e se solo lui mi concedesse ogni tanto una giornata di quarantotto ore riuscirei a fare anche un paio di altre cosette che mi stanno a cuore. Ma davvero non oso chiedere di più...

E adesso buon 2011 a tutti voi, quali che siano i buoni propositi della vostra personalissima lista. Con tanti auguri e una sola raccomandazione: non affannatevi a rincorrerli tutti. Fate in modo di non restare a corto di sogni per il prossimo anno...

s.
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